il blog del Don Bosco Ranchibile

giovedì 17 dicembre 2015

I re magi dimenticati

I ragazzi dell'Oratorio di Santa Maria avevano preparato una recita sul mistero del Natale. Avevano scritto le battute degli angeli, dei pastori, di Maria e di Giuseppe. C'era persino una particina per il bue e l'asino. Ma quando suor Renata vide le prove dello spettacolo sbottò: "Avete dimenticato i Re Magi!".
Enzo il regista si mise le mani nei capelli, mancava un solo giorno alla rappresentazione. Dove trovare i tre Re Magi così sui due piedi?
Fu Don Pasquale a trovare la soluzione."Cerchiamo tre persone della parrocchia! - disse - Spieghiamo loro che devono fare i Re Magi moderni, vengono con i loro abiti di tutti i giorni e portano un dono a Gesù Bambino. Un dono a loro scelta. Tutto quello che devono fare è spiegare con franchezza il motivo che li ha spinti a scegliere proprio quel particolare dono".
La squadra dei ragazzi si mise in moto e nel giro di due ore erano stati trovati i Re Magi sostituti.
La sera di Natale, il teatrino parrocchiale era affollato.
I ragazzi ce la misero tutta e lo spettacolo filò via liscio e applaudito. Senza che nessuno lo potesse prevedere il momento più commovente divenne l'entrata dei Re Magi.
Il primo era un uomo di cinquant'anni, padre di cinque figli: portava una stampella. La posò accanto alla culla e disse: "Tre anni fa ho avuto un brutto incidente d'auto. Uno scontro frontale. Fui ricoverato all'ospedale con parecchie fratture. Nessuno azzardava un pronostico. I medici erano pessimisti sul mio recupero. Da quel momento cominciai ad essere felice per ogni più piccolo progresso: poter muovere la testa o un dito, alzarmi seduto da solo e così via. Quei mesi in ospedale mi cambiarono. Sono diventato umile scopritore di quanto possiedo. Sono riconoscente per le cose piccole e quotidiane. Porto a Gesù Bambino questa stampella in segno di riconoscenza".
Il secondo Re era in verità una regina, madre di due figli. Portava un catechismo. Lo posò accanto alla culla e disse: "Finché i miei bambini erano piccoli e avevano bisogno di me, mi sentivo realizzata. Poi sono cresciuti e ho cominciato a sentirmi inutile. Ma ho capito che era inutile commiserarmi. Ho chiesto al parroco di fare catechismo ai bambini. Così ritrovai un senso alla mia vita. Mi sento come un apostolo, un profeta: aprire ai nostri bambini le frontiere dello spirito è un'attività che mi appassiona. Sento di nuovo di essere importante".
Il terzo Re era un giovane. Portava un foglio bianco. Lo pose accanto alla culla del Bambino e disse: "Mi chiedevo se era il caso di accettare questa parte. Non sapevo proprio cosa dire, né cosa portare. Le mie mani sono vuote. Il mio cuore è colmo di desiderio di felicità e di significato per la vita. Dentro di me si ammucchiano domande, inquietudini, attese, errori, dubbi. Non ho niente da presentare. Il mio futuro mi sembra così vago. Ti offro questo foglio bianco, Bambin Gesù. Io so che sei venuto per portare speranze nuove. Vedi, io sono interiormente vuoto, ma il mio cuore è aperto e pronto ad accogliere le parole che vuoi scrivere sul foglio bianco della mia vita. Ora che ci sei Tu tutto cambierà...".

Poco da aggiungere.
Il Natale continua ad essere la festa di compleanno dove il festeggiato non riceve regali ma da cui i regali vengono pretesi. E non penso solo a quelli che troveremo sotto l'albero. Penso alle tante richieste che spesso affollano le nostre preghiere e che potremmo riassumere in un'unica formula: "Dio, fa'che io sia felice. Perché ho diritto di essere felice".
Il mondo gira attorno a noi. E spesso anche Dio.
Ricordo che lo scorso anno, durante una attività di religione,  avevo chiesto ai ragazzi di terza di immaginare un ipotetico incontro con Gesù. Ho letto riflessioni interessanti,  belle, alcune anche divertenti come quella di un alunno che scriveva: "Non ho mai pensato ad un incontro con Gesù, ma mi piacerebbe che avvenisse quando ho la versione di latino!". Mica stupido.
Incuriosito dal pensiero dei più piccoli ho fatto la stessa domanda alla piccola di casa mia, 7 anni.
"Come immagini un incontro con  Gesù? ".
"Papà, fammi pensare..." e, poco dopo, "mi piacerebbe andare a cena con lui!".
"A cena?". "Sì, a cena".
"E che cosa mangereste?". "Quello che vuole lui!".
"E perché non quello che piace a te?".
"Perché gli voglio bene, e voglio che sia felice!".

Più vado avanti negli anni e più mi sembra di capire, anche se a poco a poco e con difficoltà, perché nel Vangelo Gesù ci dice che il Regno di Dio è per i bambini e per quelli che sono in grado di farsi come loro.
Pensiamo di avere diritto di essere felici ma abbiamo escluso Dio dagli "aventi diritto".
E fino a quando Gesù bambino sarà solo un romantico ornamento dei nostri presepi, fino a quando Gesù lo percepiamo come un qualcosa in più, anche solo un supporto psicologico per confortarci dai drammi della "vita reale", stiamo solo perpetrando una recita che va avanti da due millenni.

Se incontriamo davvero Gesù la vita cambia. E se ci credessimo anche un poco non dovremmo avere pace fino a quando questo incontro, reale incontro, non avvenga.
Allora, probabilmente, ogni piccola cosa della nostra vita riacquisterebbe il giusto peso, il giusto valore; tutta la nostra esistenza ci sembrerebbe piena di significato e non ci sentiremmo inutili. Su quel "foglio bianco" comincebbero a tracciarsi dei segni importanti...

Gesù non ha bisogno di noi per essere felice, è vero.
Ma il desiderio di vedere qualcuno felice è la misura del nostro amore per lui.
È la percezione della sua presenza nella nostra quotidianità.

Quindi, dal profondo del cuore vi auguro di vivere questo incontro.
L'incontro della vita!
Buon Natale.

giovedì 3 dicembre 2015

Le calze di Giovanni

Nel XIX secolo, in una cittadina inglese, dopo mesi di lavoro, una schiera di muratori aveva terminato la costruzione di un’altissima ciminiera per una fabbrica. L’ultimo operaio era sceso dalla vertiginosa impalcatura di legno. L’intera popolazione della città era là per festeggiare l’evento e soprattutto per assistere alla caduta spettacolare dell’impalcatura.
Appena il castello di assi e travi crollò tra il frastuono, la polvere, le risate e le grida della gente, con stupore si vide spuntare sulla sommità della ciminiera la testa di un muratore che aveva appena terminato il lavoro nel colletto interno.
La folla degli spettatori ammutolì di colpo e l’orrore cominciò a serpeggiare in mezzo a loro: “Ci vorranno giorni per alzare un’altra impalcatura…E di qui ad allora quel muratore sarà morto di freddo… o di sete… o di fame…”.
In mezzo alla gente c’era anche la mamma del muratore, che sembrava disperata… Ma poi ad un tratto si fece largo e arrivata sotto la ciminiera fece un segno al figlio e gridò: “Giovanni, togliti le calze!”. Un mormorio si diffuse: “Poverina, il dolore le ha fatto perdere la ragione…”.
Ma la donna insistette. Per non preoccuparla di più, Giovanni si tolse la calza. La donna gridò di nuovo: “Rovesciala e cerca il nodo, poi tira”.
L’uomo ubbidì e ben presto si trovò in mano una grossa manciata di lana. “Fai lo stesso con l’altra e lega insieme i fili e poi buttane giù il capo. E tieni l’altro ben saldo fra le dita”.
Giovanni eseguì. Al filo di lana fu legato un filo di cotone che l’uomo tirò fino in cima. Poi al filo di cotone fu attaccata una cordicella e alla cordicella una corda e infine un robusto cavo.
Giovanni lo fissò saldamente alla ciminiera e scese in mezzo agli “urrà” della gente.

La nostra vita e la nostra salvezza dipendono da cose piccole e fragili, che molto probabilmente già possiediamo. Basta pensarci.
Ma c'è un'altra cosa di cui vorrei parlarvi e so che potrei diventare impopolare... ma è un rischio che devo correre.
Si tratta di un piccolo filo, fragile, come quello delle calze di Giovanni, ma di una potenza straordinaria.
Capace di salvare una vita? Sì, direi proprio di sì!
Costellato di una serie di grani, questo filo forma quella che tutti conosciamo come "corona del rosario".
Quasi tutte le religioni hanno un "rosario"... Cambia il numero dei grani, cambiano le formule utilizzate per pregare, ma il concetto è sempre uguale... ripetere una preghiera per trascorrere del tempo in profonda unità con Dio e in meditazione.
Qualche giorno fa mia figlia mi ha chiesto: "Papà,  come funziona il rosario?".
Le ho spiegato la struttura: i "misteri", i riferimenti alla storia sacra, le preghiere iniziali e poi le cinquanta "Ave, Maria" recitate sgranando la corona.
""Cinquanta Ave, Maria? Ma sarà noiosissimo!", ha esclamato la piccola.
"Lo credi davvero?", le ho chiesto, e poi "tu mi vuoi bene?".
"Certo che ti voglio bene!".
"Quante volte pensi di riuscire a ripetermelo senza stancarti o annoiarti?".
"Potrei ripetertelo all'infinito... come faccio ad annoiarmi?".
"E quante volte vorresti sentirti ripetere da me che ti voglio bene?".
"Vorrei che non smettessi mai!"
"È così che funziona tra persone che si amano... ma spesso siamo troppo pigri!"
Il punto è questo: quanto amiamo veramente!
Lo avete provato e lo proverete ancora: quando si è innamorati non c'è noia che tenga, siamo ripetitivi all'inverosimile, non ci stanchiamo e non pensiamo affatto di essere banali.
Così,  sarebbe opportuno chiedersi: quanto amiamo davvero Dio? Quanto la nostra fede non si limita ad essere pura formalità? Un'etichetta?
E Maria? Quanto entra a far parte della nostra vita?
Siamo in grado di apprezzare questo stupendo dono che Gesù ci ha fatto proprio in punto di morte? Una madre... e che madre.
Don Bosco ci ha assicurato che dal momento in cui siamo entrati in una sua casa, (e questa è casa sua!), Maria ci accoglie in una speciale protezione. Una vera grazia!
La festa dell'Immacolata, alla quale cerchiamo di prepararci bene e che celebreremo a breve, sia per noi occasione di riflessione su questa straordinaria relazione madre-figlio che ci coinvolge in modo particolare e che spesso, per pigrizia o per superbia, trascuriamo.
Qualunque cosa accada, una madre dal cuore sano non smetterà mai di amare il proprio figlio e sarà pronta a gettarsi sui carboni ardenti perché lui sia felice.
Se questa mamma poi è la Madre di Dio e la madre che Dio ha voluto per noi...
Impariamo ad amarla. E impariamo a dirglielo tutte le volte che possiamo.
Non sarà noioso, se è amore vero.

sabato 21 novembre 2015

Il dromedario e il cammello

Una volta un dromedario,
incontrando un cammello,
gli disse: - Ti compiango,
carissimo fratello;
saresti un dromedario
magnifico anche tu
se solo non avessi
quella brutta gobba in più.

Il cammello gli rispose:
- Mi hai rubato la parola.
E' una sfortuna per te
avere una gobba sola.
Ti manca poco ad essere
un cammello perfetto:
con te la natura
ha sbagliato per difetto.

La bizzarra querela
durò tutto una mattina.
In un canto ad ascolta
restava un vecchio beduino
e tra sé, intanto, pensava:
"Poveretti tutti e due,
ognun trova belle
soltanto le gobbe sue.
Così spesso ragiona
al mondo tanta gente
che trova sbagliato
ciò che è solo differente!"
                                 (Gianni Rodari)

In questi ultimi giorni si sono verificati dei fatti tristissimi.
Non meno tristi e spesso inappropriate si sono rivelate certe discussioni intavolate dagli avvoltoi dell'informazione,  gli opinionisti di professione e non. Sui social network imperversano commenti di ogni genere che riesumano fantasmi e ideologie del passato. E già si inneggia a nuove crociate, a guerre, distruzione, a nuove barriere e muri da elevare perché è necessario difendersi da chi è "sbagliato", perché diverso da noi.
È questo il massimo del progresso che la nostra civiltà ha saputo realizzare? O dovremmo credere che al progresso tecnologico ed economico non è seguito mai un progresso "umano"?
Concordo con l'opinione di Gramellini che su La Stampa riporta ciò che Antoine Leiris scrive su Facebook ai terroristi che al Bataclan hanno assassinato sua moglie, dicendo che in quelle parole palpita il senso di "ciò che chiamiamo occidente":

«Venerdì sera avete rubato la vita di una persona eccezionale, l’amore della mia vita, la madre di mio figlio, eppure non avrete il mio odio. Non so chi siete e non voglio neanche saperlo. Voi siete anime morte. Se questo Dio per il quale ciecamente uccidete ci ha fatti a sua immagine, ogni pallottola nel corpo di mia moglie sarà stata una ferita nel suo cuore. Perciò non vi farò il regalo di odiarvi. Sarebbe cedere alla stessa ignoranza che ha fatto di voi quello che siete. Voi vorreste che io avessi paura, che guardassi i miei concittadini con diffidenza, che sacrificassi la mia libertà per la sicurezza. Ma la vostra è una battaglia persa. 
L’ho vista stamattina. Finalmente, dopo notti e giorni d’attesa. Era bella come quando è uscita venerdì sera, bella come quando mi innamorai perdutamente di lei più di 12 anni fa. Ovviamente sono devastato dal dolore, vi concedo questa piccola vittoria, ma sarà di corta durata. So che lei accompagnerà i nostri giorni e che ci ritroveremo in quel paradiso di anime libere nel quale voi non entrerete mai. Siamo rimasti in due, mio figlio e io, ma siamo più forti di tutti gli eserciti del mondo. Non ho altro tempo da dedicarvi, devo andare da Melvil che si risveglia dal suo pisolino. Ha appena 17 mesi e farà merenda come ogni giorno e poi giocheremo insieme, come ogni giorno, e per tutta la sua vita questo petit garçon vi farà l’affronto di essere libero e felice. Perché no, voi non avrete mai nemmeno il suo odio».

giovedì 12 novembre 2015

La storia del taglialegna

C'era una volta un possente taglialegna in cerca di lavoro. Dopo aver girato diverse città, il taglialegna trovò finalmente impiego presso un importante commerciante di legno. L'ottima paga e le eccellenti condizioni di lavoro convinsero il taglialegna a dare il meglio di sé.
Il primo giorno il capo diede al nuovo arrivato un'ascia e gli indicò l'area del bosco dove avrebbe dovuto lavorare. Al termine della giornata, il possente taglialegna frantumò il record degli altri dipendenti, raggiungendo i 18 alberi abbattuti. Il capo si congratulò sinceramente con lui e questo motivò ancor più il taglialegna.
Il secondo giorno il taglialegna lavorò con tutte le sue energie, ma al tramonto gli alberi abbattuti furono 15. Per nulla demoralizzato, il terzo giorno il taglialegna si impegnò con ancora più vigore, ma anche questa volta il numero di alberi calò: 10 unità. Per quanta energia mettesse nel suo lavoro, giorno dopo giorno, il numero di alberi abbattuti continuò a calare inesorabilmente.
Mortificato, il taglialegna sì presentò dal capo scusandosi per lo scarso rendimento. Al che l'esperto commerciante di legno pose al suo dipendente una semplice domanda: "Quando è stata l'ultima volta che hai affilato la tua ascia?". Un po' imbarazzato il taglialegna rispose: "Signore, non ho avuto tempo per affilare la mia ascia, ero troppo impegnato a tagliare gli alberi".

“Non ho avuto tempo!”... eppure il tempo c’è, e lì per noi, ma spesso non sappiamo nemmeno valutare la qualità del suo impiego.
365 giorni l’anno (e sei ore!) trascorrono tra innumerevoli cose da fare.
Fare, fare e sempre fare, in una società e una cultura che ci ha insegnato a correre e dove l’efficienza di ciascuno viene calcolata sulla quantità di cose che fa durante il tempo che ha disposizione.
Non c’è tempo per le persone care (troppi impegni), non c’è tempo per gli amici, non c’è tempo neppure per noi.
Figuriamoci se c’è tempo per Dio.

Ma quando tiriamo le somme e ci accorgiamo che non tutto gira per il verso giusto, che non tutto ci riesce come vorremmo, che i risultati della nostra esistenza sono scadenti... forse dovremmo porre a noi stessi la domanda del commerciante di legna: “quando è stata l’ultima volta che hai affilato la tua ascia?”.

Quando è stata l’ultima volta che ho dedicato del tempo agli strumenti che mi aiutano a vivere?
Quando è stata l’ultima volta che ho trascorso qualche minuto a riflettere sulla mia esistenza, sulla mia relazione con gli altri, sulla mia relazione con Dio?

Qui è in gioco la differenza tra vivere e lasciarsi vivere.

giovedì 5 novembre 2015

L'aquila e il falco

Racconta una leggenda sioux che, una volta, Toro Bravo e Nube Azzurra giunsero tenendosi per mano alla tenda del vecchio stregone della tribù e gli chiesero: «Noi ci amiamo e ci vogliamo sposare. Ma ci amiamo tanto che vogliamo un consiglio che ci garantisca di restare per sempre uniti, che ci assicuri di restare l'uno accanto all'altra fino alla morte. Che cosa possiamo fare?».E il vecchio, emozionato vedendoli così giovani e così innamorati, così ansiosi di una parola bella, disse: «Fate ciò che dev'essere fatto. Tu, Nube Azzurra, devi scalare il monte al nord del villaggio. Solo con una rete, devi prendere il falco più forte e portarlo qui vivo, il terzo giorno dopo la luna nuova. E tu, Toro Bravo, devi scalare la montagna del tuono; in cima troverai la più forte di tutte le aquile. Solo con una rete, devi prenderla e portarla a me, viva!».I giovani si abbracciarono teneramente e poi partirono per compiere la missione.Il giorno stabilito, davanti alla stregone, i due attendevano con i loro uccelli. Il vecchio li tolse dal sacco e costatò che erano veramente belli, straordinari esemplari degli animali richiesti.
«E adesso, che dobbiamo fare?», chiesero i giovani.«Prendete gli uccelli e legateli fra loro per una zampa con questi lacci di cuoio. Quando saranno legati, lasciateli andare perché volino liberi». Fecero quanto era stato ordinato e liberarono gli uccelli.L'aquila e il falco tentarono di volare, ma riuscirono solo a fare piccoli balzi sul terreno. Dopo un po', irritati per l'impossibilità di volare, gli uccelli cominciarono ad aggredirsi l'un altro beccandosi fino a ferirsi.Allora, il vecchio disse: «Non dimenticate mai quello che state vedendo. Il mio consiglio è questo: voi siete come l'aquila e il falco. Se vi terrete legati l'uno all'altro, fosse pure per amore, non solo vivrete facendovi del male, ma, prima o poi, comincerete a ferirvi a vicenda. Se volete che l'amore fra voi duri a lungo, volate assieme, ma non legati con l'impossibilità di essere voi stessi».

Tutto ciò che nella nostra vita può essere considerato buono, grande… non è mai disgiunto dalla libertà.
“La libertà è quel bene che ci fa godere di ogni bene”, ci dice Montesquieu.
“La verità vi farà liberi”, ci insegna Gesù nel vangelo.
L’amore, il vero amore, si riconosce dalla libertà, ci insegna la storia appena letta.Se realmente amiamo qualcuno, lo lasceremo libero di volare con le sue proprie ali, non lo legheremo a noi con una catena che limiti la sua (e la nostra!) libertà.
I genitori che amano i loro figli hanno a cuore la loro libertà,  non la limitano,  ma fanno di tutto perché imparino ad usarla correttamente, a custodirla, a proteggerla.
Un amico che davvero ama l’amico lo lascia libero,  non è possessivo, non vuole un rapporto esclusivo, chiuso, fatto di spazi angusti.
Siamo nati liberi e anche se, come dice Erich Fromm, questa libertà ci fa paura perché significa “capacità di prendere decisioni”, (e quindi “responsabilità”), rimane sempre uno dei doni più grandi della vita.
Anzi, libertà è sinonimo di vita.
Come possiamo pensare di amare qualcuno e togliergli la vita?

giovedì 29 ottobre 2015

La legge del camion della spazzatura

David era di fretta, il suo treno sarebbe partito tra meno di mezz'ora e le previsioni del traffico non presagivano nulla di buono. Senza pensarci troppo saltò sul primo taxi libero, in direzione della stazione. Il taxi giallo sfrecciava sulla corsia preferenziale, quando all'improvviso una macchina scura sbucò da un parcheggio poco più avanti: il tassista premette con tutta la sua forza il pedale del freno e le ruote iniziarono a fischiare. Dopo alcuni secondi, che erano sembrati interminabili, il taxi finalmente si fermò, a pochi centimetri dalla macchina scura.
David aveva il cuore in gola, ma le sorprese non era ancora finite. Il guidatore disattento, non solo non si scusò, ma iniziò ad inveire contro il tassista, per poi andarsene con un bel dito medio che sporgeva dal finestrino. David non poteva crederci: quel tizio stava per causare un'incidente potenzialmente mortale ed invece di scusarsi si era comportato da perfetto cafone.
Ma a sorprenderlo davvero fu la reazione del tassista...
Il tassista non solo non si scompose più di tanto: sorrise e salutò amichevolmente il guidatore disattento. David era incredulo: "Come hai potuto lasciarlo andare così? Stava per ucciderci!". Fu allora che David venne a conoscenza della "Legge del Camion della Spazzatura". Continuando a sorridere il tassista guardò David nello specchietto e disse:
"Un sacco di persone sono come camion della spazzatura. Vanno in giro pieni di ‘rifiuti': frustrazioni, rabbia, malcontento. Più questi ‘rifiuti' si accumulano e più loro sentono l'urgenza di cercare un posto dove scaricarli. E se glielo permetti, te li scaricheranno addosso. Quindi amico, quando qualcuno cercherà di scaricare la sua rabbia e la sua frustrazione su di te, non prenderla sul personale. Sorridi, augura loro ogni bene e vai avanti. Credimi: sarai più felice."

Niente male la filosofia di vita del tassista. Immerso tutti i giorni nel traffico cittadino doveva necessariamente elaborare delle personali tecniche di sopravvivenza.
In caso contrario le occasioni per litigare con qualcuno si sarebbero sprecate e gli effetti collaterali sulla salute sarebbero stati presto micidiali.
Ma lui decide di "vivere sereno". E ce la fa!
Chissà se siamo in grado di fare altrettanto. Chissà quanto spesso invece permettiamo agli altri di rovinarci la giornata. Per alcuni diventa persino una condizione patologica: il pensiero degli altri, il giudizio degli altri, l'opinione degli altri, la loro critica, la loro negatività... arriva a condizionare l'intera esistenza! Drammatico!
Cari ragazzi, non lasciatevi sommergere dalla spazzatura che altri vorrebbero buttarci addosso. La vita è bella, è meravigliosa, nonostante tutto e tutti, e spetta a noi viverla alla grande.
Dipende soprattutto da noi.
Ma c'è un'altro aspetto della questione: se fossimo noi a ritrovarci alla guida "del camion della spazzatura"? Su chi potremmo "scaricarla"?
Beh, c'è stato, in passato,  qualcuno che ha pensato di potersi far carico del male di tutta l'umanità, di tutta la sua "spazzatura".
E da quello che si racconta, da duemila anni a questa parte, sembra che coloro che hanno affidato a lui tutto il loro carico di negatività poi abbiano vissuto una vita straordinaria.
Forte no?
Dove possiamo incontrarlo?
Non ad un incrocio.  Ma su una croce.
Ma è un'altra storia e... ne riparleremo!

sabato 24 ottobre 2015

La strada per Dio

Molti eremiti abitavano nei dintorni della sorgente. Ognuno di loro si era costruito la propria capanna e passava le giornate in profondo silenzio, meditando e pregando. Ognuno, raccolto in se stesso, invocava la presenza di Dio.Dio avrebbe voluto andare a trovarli, ma non riusciva a trovare la strada. Tutto quello che vedeva erano puntini lontani tra loro nella vastità del deserto.
Poi, un giorno, per una improvvisa necessità, uno degli eremiti si recò da un altro. Sul terreno rimase una piccola traccia di quel cammino. Poco tempo dopo, l'altro eremita ricambiò la visita e quella traccia si fece più profonda. Anche gli altri eremiti incominciarono a scambiarsi visite.La cosa accadde sempre più frequentemente.
Finché, un giorno, Dio, sempre invocato dai buoni eremiti, si affacciò dall'alto e vide che vi era una ragnatela di sentieri che univano tra di loro le capanne degli eremiti. Tutto felice, Dio disse: "Adesso si! Adesso ho la strada per andarli a trovare".

L’anno scolastico è iniziato già da più di un mese. E ce ne siamo accorti, direbbe qualcuno di voi, cominciamo ad avvertirne il peso e la stanchezza... 
La scuola è un’esperienza impegnativa. Non solo per la fatica dello studio ma anche per l’inevitabile condizione di relazione che ci si trova a vivere, che lo vogliamo o no. Ci ritroviamo a trascorrere una buona fetta della nostra giornata gomito a gomito con compagni di viaggio che non sempre ci siamo scelti...
Siamo tentati spesso alla chiusura, alla cura del nostro personale orticello, ad evitare gli altri a meno che non siano “divertenti” tanto da distrarci dalle fatiche quotidiane.Scegliamo, selezioniamo e qualche volta arriviamo persino alla conclusione che è “meglio soli, che male accompagnati”.
Ma la solitudine non è umana... non potremmo sopravvivere a lungo senza gli altri. Prima o poi incontrare l’altro diventa necessario.
Ma c’è di più: la solitudine non è neanche divina!
Dall’antichità ci tramandano insegnamenti su Dio come relazione. Un Dio che non sa vivere da solo e non vuole vivere da solo. Perché è amore e l’amore è movimento verso gli altri.
Quando decidiamo di tagliare i ponti con i fratelli e di innalzare barriere, non solo ci affanniamo inutilmente alla ricerca di Dio (dov’è?), ma impediamo anche a Lui di avvicinarsi a noi, di venirci a trovare. Di un cuore che non sa amare non sa che farsene.
Comincia oggi il nostro cammino formativo.È anche questo un cammino da fare insieme agli altri. Da soli non andremmo da nessuna parte.
Buon viaggio allora. Buon viaggio della vita.

venerdì 27 marzo 2015

Un amico


È una storia di amicizia, semplice, come tante, quella che voglio raccontarvi.
L'ho appresa dai giornali in questi giorni. L'amicizia tra due bambini di 7 anni potrebbe sembrare un fenomeno scontato. È infatti semplicemente normale.
Perché allora l'amicizia tra Gideon e Gregorio finisce nelle pagine di cronaca? No, non è la solita storia di discriminazione,  anzi è proprio uno straordinario esempio di integrazione e inclusione quello che viene fuori in questa storia, che ha come protagonisti un bambino di origine ghanese e un compagnetto veneto, del trevigiano.
Gideon ha sette anni, frequenta la scuola primaria del Collegio Immacolata a Conegliano, comune di 34 mila abitanti, in provincia di Treviso. Suo papà, Patrick Aduhene è ghanese. Uno dei tanti arrivati in Italia con una laurea in mano che in Italia non conta nulla. Da quattro anni non lavora.
Ma ora le cose sono cambiate e proprio grazie a Gregorio, l'amico del figlio.
I due ragazzini si sono semplicemente confidati. Gideon, una mattina racconta all'amico e compagno di banco della sua situazione familiare: il papà non riesce a trovare lavoro, la mamma porta qualcosa a casa ma sono in cinque, (Gideon ha due fratellini), e le risorse sono troppo esigue.
Quel racconto tormenta Gregorio, non riesce a toglierselo dalla testa. Lui appartiene ad una famiglia di imprenditori e non riesce ad accettare che la tranquillità che respira in famiglia non possa essere vissuta anche nella famiglia di Gideon.
Così ne parla a casa, prima a mamma Francesca, poi al nonno Oliviero Spolaor, fondatore e titolare di un'azienda alimentare.
A sette anni, per fortuna, ancora nessun pregiudizio sullo straniero, sul diverso, ha contaminato la sua mente. Probabilmente perché alle sue spalle c'è una famiglia sana.
Infatti,  a questo punto, sono gli adulti a fare la loro parte: nonno Oliviero si commuove al racconto del nipotino, manda a chiamare Patrick Aduhene e gli offre un posto di lavoro nell'azienda di famiglia.
Per il racconto integrale di questa storia vi rimando all'articolo originale.

Questa è una bella Italia, l'Italia che ci piace. È la semplicità che, ancora una volta, ci indica la strada da seguire. E la semplicità alberga nella coscienza pulita dei bambini.
I bambini sanno vedere e sentire il bene.
Finché non arriviamo noi a contaminare le loro storie, le loro vite.
Credo che per questo il richiamo di Gesù era e continua ad essere martellante: "Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite perché a chi è come loro appartiene il regno di Dio. 17In verità vi dico: Chi non accoglie il regno di Dio come un bambino, non vi entrerà".

venerdì 6 marzo 2015

Il buon esempio

Fonte: Buonenotizie / blog, di @Corriereit

L'Italia che dà il buon esempio anche quando lo Stato non c'è

C’è una catena solidale che attraversa l’Italia e indica percorsi alternativi alla resa per bancarotta dei Comuni in bolletta: è fatta da gente che indossa la maglia del volontariato e sostiene lo Stato e gli enti locali nei servizi che arretrano sotto il peso della spending review e dei bilanci bloccati dal patto di Stabilità.
Sono cittadini operosi che tamponano la ritirata del welfare municipale e creano un antidoto a scandali, ruberie e corruttele varie che infestano i luoghi della politica, come quelli che a Boffalora d’Adda, nel Lodigiano, rispondono all’appello del sindaco per svolgere lavori di manutenzione pubblica e si dicono felici di fare qualcosa per il bene comune, come i genitori di Montereale Valcellina, provincia di Udine, che sopperiscono alla mancanza di autisti e accompagnatori dei figli sullo scuolabus o come i comitati del verde che a Roma si incaricano di ripulire dai mozziconi e dal degrado le aiuole dei Parioli e del Pinciano.
Piccoli gesti di civismo che messi assieme diventano enormi e sono una boccata d’ossigeno nell’aria avvelenata dalla crisi; rappresentano, dice Jacques Attali, l’ideologo dell’economia positiva, la risposta al disfattismo che ci perseguita: «Io vedo nell’altruismo la sola strada possibile per non precipitare nel baratro».
Ed è l’altruismo che si moltiplica nei piccoli centri, nei paesi dove si contano le perdite, gli uffici postali che chiudono, i presidi di assistenza che latitano, le buche stradali che aumentano. Succede così che a Serpentara, zona Montesacro, a Roma, i cittadini decidono di ripulire da soli il parco delle Magnolie con zappe e rastrelli, per far dimenticare i succhiasoldi di Mafia capitale e gli scandalosi appalti truccati: lì ci sono i giovani, le donne e c’è Sergio Chicarella, un pensionato che falcia l’erba con forbici e trattore, coinvolgendo le scuole del quartiere e immaginando un orto didattico «meglio di quelli dell’Expo». A Pietrasanta, intanto, nasce la «Food forest», un bosco creato dai volontari per la comunità, con piante da frutto che l’assessore all’ambiente, Italo Viti, protegge come un santino. A Rosora, provincia di Ancona, si muovono gli imprenditori, come hanno fatto a Omegna quelli del gruppo Alessi, che hanno trasformato la cassa integrazione in servizi socialmente utili per il Comune: la ditta Loccioni ha occupato il vuoto della politica nella manutenzione del fiume Esino, adottandone due chilometri e mettendo fine alla diatriba sulle responsabilità tra Regione, Provincia e cinque Comuni. Risultato: oggi il fiume è tornato accessibile, con piste ciclabili e punti di ristoro.
Non si tratta di essere ciecamente ottimisti, «ma di ritrovare uno spirito di comunità», indica in un sondaggio Nando Pagnoncelli, direttore di Ipsos: il civismo responsabile è un punto fermo per ogni ricostruzione. E di civismo ce n’è tanto, di laico e cattolico, quasi a contraddire il luogo comune che in Italia nulla funziona. A Napoli una ex mensa universitaria diventa ambulatorio gratuito grazie a tre medici volontari: la visita si paga con l’impegno sociale, promettendo un’azione a favore di altre persone svantaggiate. A Milano un pensionato crea dal niente una biblioteca di condominio: si chiama Rolando Montagna, in via Rembrandt ha raccolto 5 mila libri. Faceva il riparatore tv e in pensione si è dato un obiettivo: far conoscere la gente che vive nello stesso luogo, ignorandosi.
A Stazzema i cittadini puliscono la chiesa e i monumenti: in cambio il Comune si impegna con agevolazioni nelle pratiche burocratiche. Di baratto si parla da qualche giorno a Penne, in Abruzzo, dove una mozione in consiglio comunale propone la riduzione dei tributi a chi si impegna per la pulizia di strade e aree verdi. Ma è la gratuità il valore più forte. A Sinagra i volontari ripuliscono l’alveo del torrente dai detriti. A Genova, un gruppo di soci ha trasformato lo storico cantiere navale di Sturla in una casa dei giochi per i bambini malati dell’ospedale Gaslini: intorno sono nate strutture di sostegno per le famiglie dei piccoli ricoverati. A Porretta Terme, Nicolò Savigni, il vicesindaco, ha reso pubblico il suo cellulare. Chiamatemi, ha detto, e aiutatemi a salvare giardini, fontane e monumenti dall’incuria. Slogan: un cittadino che collabora per il bene della sua città è un protagonista della lotta a sprechi e indifferenza.Non sono soltanto pensionati quelli che trasferiscono nella sfera della bontà esperienze e voglia di fare. Luigi Ghisleri aveva 18 anni quando è diventato volontario Vidas, a Milano: lui porta un po’ di umanità a chi non ha più speranza. «Quando i giorni rimasti sembrano improvvisamente pochi, conforta sapere che c’è qualcuno si occupa di noi», dice. Anche la cultura è in affanno, nelle città e nei piccoli centri. A Milano il Touring club garantisce con i suoi volontari l’apertura di case museo che altrimenti non sarebbero visitabili. È uno spirito civico quasi spontaneo, che non si crea per decreto e rappresenta la spina dorsale di un’altra Italia, quella che si scontra con un Paese in affanno, burocratizzato, politicamente screditato, vessatorio nei confronti di chi paga le tasse, in affanno dalla scuola alla sanità. Uno spirito che spinge le persone responsabili a reagire, a dare una mano ai sindaci che rinunciano allo stipendio per non gravare sulle casse comunali, uno spirito che si intreccia con quello di lavoratori capaci di non arrendersi, come Enzo Muscio, della A Novo di Saronno: due anni fa era in cassa integrazione nell’azienda che si occupa di assistenza e riparazione di prodotti elettronici in garanzia. Ha ipotecato la casa, ha trovato un socio e ha riassunto una parte dei suoi compagni licenziati: «Non bisogna mai arrendersi, dobbiamo puntare sulla capacità e sulla voglia di fare», spiega.
L’Italia è un cantiere sociale e c’è da augurarsi la tenuta di questa grande catena solidale. Livio Rossi, il sindaco di Boffalora d’Adda, costretto dalle ristrettezze del bilancio a cercare volontari, non parla di nuova narrazione. Si rimbocca le maniche e mostra come tutto può essere circolare: chi oggi aiuta, un giorno sarà aiutato. Qualcuno però si chiede: e lo Stato, dov’è?

Quando ho letto questo articolo non riuscivo a credere che si parlasse di località italiane. Perché di solito i notiziari ci raccontano tutt'altre storie. Non si parla mai di generosità e, soprattutto, non si usa mai la parola gratuità.
A lamentarci siamo ormai diventati tutti bravi e la parola responsabilità viene catapultata da un soggetto all'altro, purché rimanga lontana da noi.
Così puntiamo il dito contro il politico di turno, contro il governo di turno, contro l'amministrazione regionale-provinciale-comunale di turno; poi è la volta dei delinquenti,  della malavita organizzata, delle ideologie fondamentaliste e quando non sappiamo più dove andare a parare ci viene in soccorso l'ennesima difficoltà economica di portata planetaria e finalmente possiamo dire: è tutta colpa della crisi!
Non voglio minimizzare affatto. Tutte queste concause del malessere del mondo sono reali, lo so. Ma mi chiedo, e da quanto letto ho appreso che per fortuna non sono solo, se l'unica reazione possibile è la rassegnazione, il piangersi addosso, il ripararsi all'interno di un piccolo recinto di sicurezza.
Rimboccarsi le maniche, come hanno fatto i protagonisti degli esempi citati, potrebbe essere più produttivo e potrebbe consentirci di vivere in un mondo migliore.
Ma tutto, ancora una volta,  affonda le sue radici nella profondità del cuore dell'uomo. Occorre un'inversione di rotta, un cambiamento radicale del nostro modo di sentire e vivere l'ambiente in cui stiamo. Il nostro ambiente, ma che troppo spesso non sentiamo tale.
Il volontariato,  ce lo siamo detti durante il ritiro spirituale,  non è legato alle cose che facciamo. Le nostre azioni sono manifestazione di ciò che siamo!
Quale rapporto abbiamo con gli ambienti in cui viviamo buona parte delle nostre giornate?
Non voglio dare io la risposta, ma vorrei invitarvi a guardare il nostro cortile dopo la ricreazione, le nostre aule dopo la scuola, le pareti, i banchi...
No. Stavolta non possiamo dire che è sempre colpa di altri. E nemmeno della crisi.

La nostra storia d'amore

Non trascuriamo la nostra storia d'amore!
Nel Concistoro del 14 febbraio del 2015, Papa Francesco ha creato 20 nuovi cardinali, i "principi" della  chiesa. Quasi tutti li ha scelti da, le periferie del mondo e, soprattutto,  della società.
Tra di essi due italiani: mons. Edoardo Menichelli,  arcivescovo di Ancona-Osimo e mons. Francesco Montenegro,  arcivescovo di Agrigento.
Un video che  circola sul web ripropone il momento della celebrazione in  cui,  dopo aver posto la berretta cardinalizia sul capo di mons. Montenegro il Papa gli sussurra:  "Non dimentichi di occuparsi dei poveri che ha servito tanto bene". Lui gli risponde: "Oggi c'è un gruppo di loro tra gli invitati, insieme ai miei familiari: è un regalo per me e per lei".
Vorrei riproporre alla  vostra attenzione il testo dell'omelia di mons. Montenegro pronunciata mercoledì scorso durante la celebrazione delle  ceneri  che ha dato inizio a questo periodo straordinario di grazia  che è la quaresima.
Per molti di voi, già impegnati nel volontariato, possono essere fonte di speranza, di motivazione e di incoraggiamento.
Per chi si sente sfiduciato dalle circostanze della  vita e da se stesso un invito forte ed intenso a fidarsi di Dio, sorgente di bellezza, di verità,  di gioia.

"Le letture che abbiamo appena ascoltato ci hanno presentato i motivi fondamentali del nostro ritrovarci insieme; Il Signore, per mezzo del profeta Gioele ci ha chiesto di chiamare a raccolta tutti, giovani, vecchi, bambini, sposi…un’assemblea solenne e completa per accogliere l’invito a lasciarsi riconciliare con Dio, come ci ha ricordato S.Paolo nella seconda lettura; e, infine, Gesù nel Vangelo ci ha spiegato che questo cammino di risposta a Dio che ci viene incontro, da parte nostra deve essere fatto in modo serio e completo: preghiera, digiuno ed elemosina più che singole azioni esprimono un unico movimento del cuore che sa amare Dio, il prossimo e sa vivere costantemente orientato verso le cose che non passano. Questa celebrazione di apertura del tempo quaresimale ci introduce al sempre nuovo e sempre interessante e attraente cammino, che porta verso la Pasqua, giorno in cui è svelato pienamente l’immenso amore del Signore per ciascuno di noi. È cammino che da una parte chiede di prendere coscienza della nostra condizione di peccatori attraverso i segni propri della Quaresima: inizieremo con la cenere che tra poco sarà imposta sul capo, a ricordo della nostra provenienza e della nostra destinazione finale e concluderemo, il giovedì Santo con la lavanda dei piedi segno forte che indica la via del servizio e dell’amore incondizionato; dall’altra, questo cammino è da fare col cuore pieno di fiduciosa speranza, perchè siamo attratti e spinti dalla luce che esploderà nel giorno di Pasqua. Luce che già da ora ci accompagna: Gesù è Risorto. La direzione da prendere in questo cammino ci è indicata dalle parole di Gioele: «Ritornate a me con tutto il cuore, con digiuni, pianti e lamenti, laceratevi il cuore, ritornate al Signore». È vero, sono parole dure, perché ci vengono chiesti, non tanto e non solo, gesti esteriori ma la lacerazione del cuore, cioè saper aprire con forza il centro vitale del nostro essere affinchè entri la vita di Dio. È la condizione indispensabile perché la luce pasquale riempia la nostra esistenza. L’evento pasquale esige sempre un cambiamento di rotta. Vivere la Quaresima è un cammino da fare, è un girarsi finalmente dalla parte di Dio (questo è il significato del termine conversione) ma, in effetti, la sorpresa è, e tale non dovrebbe essere, che tale percorso ci fa rendere conto che è Dio a venirci incontro. È Lui che, ancora una volta, ripete il suo desiderio di tenere aperte le porte del cielo per donarci lo stesso abbraccio del Padre dato al figlio prodigo che, scappato da casa, sentì subito la mancanza della sicurezza e del calore paterno. È Lui, il Signore, il principale protagonista di quest’avventura, è Lui a chiederci, con parole sempre nuove, anche se ripetute annualmente, di entrare con decisione e definitivamente nella storia d’amore che ci propone. A noi che Gli abbiamo voltato e Gli voltiamo le spalle, il Signore Gesù risponde pazientamene e decisamente con le porte del cuore sempre aperte, come per sempre aperte, in un grande abbraccio, sono le sue braccia inchiodate sul legno della croce, quasi a confermare la sua instancabile disponibilità nei nostri riguardi. Per chi non crede tutto ciò potrebbe avere il sapore di una bella favola, dove c’è un buono e un cattivo. Invece non solo è la realtà, ma è la realtà di ciascuno di noi; questa è la nostra storia che, se noi lo vogliamo, ha una felice e straordinaria conclusione: la Pasqua, il passaggio di Dio che porta salvezza e libertà. In questi giorni, la liturgia ci ripeterà che la gioia di Dio è di poterci offrire il suo perdono; è scritto nella Bibbia, che Egli “getta in fondo al mare i nostri peccati”, e in più che è pronto, sempre se noi lo vogliamo, a cambiarci il cuore: “vi toglierò il vostro cuore di pietra e vi darò un cuore di carne”. Se questo è l’esito dei quaranta giorni che abbiamo da vivere, ritengo che - non mi stancherò mai di dirlo – quello della Quaresima è anche un tempo gioioso e luminoso. Il “laceratevi il cuore” è la sollecitazione perché cambi il nostro modo di pensare nel relazionarci a Dio, scoprendolo cioè Padre, perchè - riconosciamolo - non sempre Lo pensiamo tale (per molti è Dio e basta, ma questo non è il Dio rivelato da Gesù. Egli ci ha insegnato il Suo nome: Abbà) e perché entriamo in relazione nuova con gli altri pensandoli e accogliendoli tutti come fratelli. Permettete che ponga l’accento su quest’aspetto. Lo ritengo necessario, per non vanificare il cammino stesso della Quaresima. Il modo con cui si vive nel territorio e nella nostra città il tempo quaresimale, la Settimana Santa e il giorno di Pasqua, mi crea grande perplessità. La mia impressione è che ad Agrigento il centro della Quaresima sia il Venerdì santo, mentre la domenica di Pasqua è un giorno festivo come tanti altri. Eppure la Pasqua è il centro della nostra fede. Senza la Pasqua tutto diventa vano. In altre parti della Diocesi poi l’attenzione è attirata dall’intrecciarsi e rincorrersi, non sempre in maniera ordinata, di statue di Angeli e di Santi tali da offuscare la centralità del Risorto. È necessaria una seria riflessione perché le tanto preziose e radicate devozioni ritrovino il senso vero e pieno della liturgia. Senza il riferimento alla Pasqua anche i segni quaresimali perdono il loro significato: rispettare, per esempio, la penitenza, come pure il digiuno e l’astinenza, non è solo privarsi di qualcosa, o fare un sacrificio, ma è aprirsi al dono per chi è in difficoltà. Così l’elemosina non è un semplice dare qualcosa a un povero, ma imparare a condividere la vita. La conversione non è solo sforzarsi di arrivare a Dio, ma farGli spazio e permetterGli di entrare nella nostra vita. Fermarsi al Venerdì Santo, senza la giusta attenzione alla Pasqua, è fare un cammino privandolo della gioia di raggiungere la meta. Il cammino penitenziale non è buio e il suo traguardo non è il Calvario. È cammino luminoso e anche gioioso perché tende alla Pasqua e ha come obiettivo finale quello di consentire a tutti di conoscere la luce di una vita nuova. Se è importante il Calvario, non lo è meno la tomba vuota. La Risurrezione è il sigillo che Dio mostra dinanzi al nostro peccato offrendo misericordia, benevolenza, pietà e compassione. La Pasqua è la vittoria sul nostro peccato e sulla morte, è il trionfo definitivo dell’amore su qualsiasi forma di meschinità e di paura. Per questo la Pasqua chiede di mettersi celermente per strada, come avvenne per i discepoli e per la Maddalena, mentre il Calvario rischia di bloccarci ai suoi piedi, facendoci perdere la parte più interessante e conclusiva della storia d’amore che il Signore è venuto a tessere per e con noi. Faccio mio l’invito di Paolo: «Lasciatevi riconciliare con Dio»; in altre parole, lasciatevi vincere dall’amore di Dio, dichiarate la vostra sconfitta di fronte alla grandezza della sua misericordia; mettiamoci in cammino alla ricerca del vero volto di Dio, per risentire la bellezza e la forza del suo amore. Seguiamo con interesse Gesù che parla e agisce, ricordando le Sue parole: «Chi ha visto me ha visto il Padre». Lui ci fa scoprire un Dio attento e sensibile alle necessità degli uomini. Un Dio che, offrendo il suo amore gratuito, si mette al servizio dei suoi figli per renderli come lui. Un Dio che non ama gli uomini perché lo meritano, ma perché hanno bisogno del Suo amore. Dio è il pastore che va alla ricerca della pecorella smarrita. Dio è la donna che accende la lucerna, spazza la casa e cerca la dramma perduta finché non la ritrova. Dio è il padre che veglia e aspetta i suoi figli, che corre loro incontro, li abbraccia, li scongiura di entrare in casa e di sedersi a tavola per far festa. Approfittiamo perciò di questo tempo per convertirci a Dio cioè riconoscere il suo amore, accogliere la sua proposta di comunione e di simpatia, ritornare a Lui, aprire una relazione nuova con Lui, togliere dalla nostra intelligenza, dalla nostra volontà e dal nostro cuore tutto ciò che Gli impedisce di entrare e rimanere nella nostra vita, arrendersi a Lui, vivere sotto il suo sguardo, abbassare i monti dell’autosufficienza, della prepotenza e colmare i burroni di una vita insignificante ed egoista, stimare il suo giudizio più di quello degli uomini, cercare la Sua approvazione più che il compiacimento del mondo; in una sola parola essere e vivere davvero da cristiani. In questo cammino affascinante sentiamo vicina la presenza di Maria, la donna forte del Calvario e del Cenacolo; affidiamoci a Lei che ha saputo unire penitenza e gioia; ha magnificato il Signore, è stata ai piedi della Croce e ha atteso, con serena fiducia, l’alba della risurrezione".

mercoledì 4 febbraio 2015

Papà, vado a combattere!

FONTE: Famiglia cristiana

23/01/2015  Un padre svela l'infatuazione del suo bambino: "Vuole andare in Medioriente, recita formule di giuramento, sa tutto dei fucili in dotazione ai jihadisti, critica l'occidente". E a scuola scopre che...

Che l’indottrinamento sul “Nuovo Califfato Globale”, abilmente veicolato dal web, faccia breccia su menti e cuori di tanti giovani navigatori, anche di casa nostra, è una realtà. Ma può un bambino di soli dieci anni e mezzo restare così infatuato dalle parole d’ordine jihadiste,  da mandare a memoria  le formule di giuramento rintracciate in internet e chiedere ai genitori di farsi accompagnare in Medioriente per arruolarsi nell’Isis?  Pare proprio di sì: a rivelarcelo è il racconto di “Giovanni”, un genitore sardo che ha deciso di svelare la vicenda nella quale è rimasto coinvolto “Alberto”, il figlio minore non ancora undicenne, e che  ha precipitato in un incubo un’intera famiglia.
“Tutto ha inizio a settembre scorso, quando, poco dopo l’avvio delle scuole, nostro figlio comincia a farci strane domande e ancor più strane richieste:  ‘Come si diventa islamici, papà?’, ‘Perché non mi portate in Irak?’, ‘Mi piacerebbe arruolarmi  nell’esercito jihadista’, aggiungendo a questo la volontà di imparare a sparare col fucile per poter diventare, da grande, un buon cecchino, come quello di “American sniper”, film che peraltro avrebbe voluto andare a vedere. Fantasie distorte di un ragazzino che è rimasto troppo impressionato dai servizi che da mesi riempiono i telegiornali sulle esecuzioni esemplari e sugli attentati di matrice islamica?  “Alle prime, io e mia moglie non abbiamo dato troppo peso a quelle frasi, ma la mattina in cui, accompagnandolo a scuola, mi ha recitato, senza interruzioni, l’intera formula di giuramento di non so che rito iniziatico jihadista,  mi sono preoccupato davvero, considerando anche il fatto che il ragazzo non aveva mai manifestato particolare entusiasmo di fronte a una poesia da imparare a memoria”, confessa il padre.
   Non bastasse ciò, il giorno dopo Alberto sorprendeva il genitore illustrando con dovizia di particolari le caratteristiche del nuovo modello di fucile mitragliatore in uso ai gruppi terroristici di Al Qaeda e dell’Isis. “Ovviamente son andato subito a verificare in internet e ho dovuto costatare, con spavento, che le informazioni in suo possesso erano corrette”, continua il genitore. “Ma chi o cosa poteva aver insinuato e alimentato quell’interesse morboso in un bambino della sua età che, come tanti coetanei, si diverte con la Playstation e gioca a pallone? Quali sermoni proselitistici possono aver manipolato la mente di un ragazzo che frequenta la parrocchia, va a messa e a catechismo?”, si chiedono preoccupati Giovanni e sua moglie. “Da dove può aver appreso tutte quelle notizie se non è in possesso di un suo cellulare, per nostra scelta precisa, né può accedere a internet in casa?”.  Non resta che cercare a scuola, nel giro degli amici. E’ lì che Giovanni trova, infatti, le risposte che cercava: “Grazie soprattutto all’interessamento del preside dell’istituto frequentato da mio  figlio, scopro che un suo compagno, che contrariamente a lui ha libero accesso alla rete, aveva scaricato una grande quantità di video sull’Isis e le sue attività, e su altri gruppi estremisti islamici e li aveva condivisi con mio figlio e altri ragazzini. Fatto confermatomi anche da Alberto”, rivela Giovanni.  
“Il dirigente scolastico non ha sottovalutato la segnalazione e, senza indugiare neanche un momento, è intervenuto. Ma i discorsi e le fantasie di mio figlio non sono, nel frattempo, di molto cambiate. E neppure i suoi disegni: riempie fogli con personaggi incappucciati che sparano col mitra”.   L’ultimo episodio inquietante risale a pochi giorni fa:  Alberto, commentando le recenti stragi di Parigi coi genitori se ne esce con un’affermazione da “libro stampato”: “La colpa di quanto accaduto è di noi occidentali che abbiamo preso in giro il loro Dio”. Il commento finale di Giovanni è amaro: “Ci sentiamo disarmati di fronte a quanto avviene, anche perché non ci pare affatto d’essere quel tipo di genitori assenti che non vigilano  sui propri ragazzi. Pensi che una cosa del genere non possa capitare a tuo figlio, e invece…. Ho raccontato la vicenda  allo scopo di allertare tante madri e padri, perché questo fenomeno è più diffuso di quanto si creda e il primo filtro sta in famiglia”.     

Siamo cresciuti per giocare alla guerra, e la guerra, quella vera, non è mai stata un gioco.
Dal racconto allucinante (e preoccupante!) di questo padre ricaviamo certo una considerazione importante: non è mai da sottovalutare la cerchia amicale che creiamo intorno a noi. Si possono condividere valori, ideali ma anche ideologie contorte e deformanti.
Si può condividere il bene e si può condividere il male, che non è detto che si presenti come tale.
"Voi siete la luce del mondo", ci dice Gesù.  Ma la nostra testimonianza è spesso debole e timorosa. Nel frattempo, chi semina odio e rancore non si fa tanti scrupoli ed alza la voce in nome di ideali che nascondono ben altro.
Cercate amici buoni. Siate buoni amici.
Sembra un invito banale, ma non lo è.

giovedì 22 gennaio 2015

Il difetto

Un’anziana donna aveva due grandi vasi, ciascuno sospeso all’estremità di un palo che lei portava sulle spalle. Uno dei vasi aveva una crepa, mentre l’altro era perfetto, ed era sempre pieno d’acqua, alla fine della lunga camminata dal ruscello a casa, mentre quello crepato arrivava mezzo vuoto. Per due anni interi andò avanti così, con la donna che portava a casa solo un vaso e mezzo d’acqua.
Naturalmente, il vaso perfetto era orgoglioso dei propri risultati. Ma il povero vaso crepato era in imbarazzo per via del proprio difetto ed era avvilito di saper fare solo la metà di ciò per cui era stato fatto. Dopo due anni, rendendosi conto del proprio amaro fallimento, decise di parlare alla donna lungo il cammino:  «Mi vergogno di me stesso, perché questa crepa nel mio fianco fa sì che l’acqua fuoriesca lungo tutta la strada verso la vostra casa».
La vecchia sorrise: «Ti sei accorto che ci sono dei fiori dalla tua parte del sentiero, ma non dalla parte dell’altro vaso? È perché io ho sempre saputo del tuo difetto; perciò ho piantato semi di fiori dal tuo lato del sentiero ed ogni giorno, mentre tornavamo, tu li innaffiavi. Per due anni ho potuto raccogliere quei bei fiori per decorare la tavola. Se tu non fossi stato come sei, non avrei avuto quelle bellezze nella mia casa».

Per quanto possa apparirci strano, le cose stanno proprio così: Dio è uno scommettitore incallito, un giocatore d’azzardo, e le sue puntate sono molto alte.
Mette alla prova ogni capacità di previsione, i bookmakers più esperti con Lui sono destinati al fallimento. Perché a Lui non piace vincere facile. Ma gli piace vincere.
Punta sugli scarti, sul ronzino di turno, sull’ultimo in classifica, su chiunque non ha alcuna umana possibilità di vincere per mostrare che con Lui i parametri non funzionano più, tutti gli schemi saltano. Al di là di ogni umana ragione.
Potrebbe una squadra di calcio composta da alcuni alunni del Don Bosco estratti a sorte aspirare a vincere un campionato mondiale di calcio? Beh, se questi fossero i suoi interessi, potrebbe fare anche questo.
Perché nella logica di Dio la debolezza diventa forza, la stoltezza diventa saggezza, il difetto diventa pregio. Proprio come una crepa in un vaso.
Dio non butta nulla. E se pensiamo di essere in grado ancora di non sbagliarci nel giudicare chi vale o chi no... siamo fuori strada.
E’ incoraggiante sapere che anche quando mi sembra che la mia vita non valga nulla, quando sembro destinato all’inutilità c’è Lui pronto ad incoraggiarmi e a dirmi: “Puoi farcela... io scommetto su di te!”.
Si fida di me più di quanto io stesso riesca a fare. E non sbaglia mai.
Ci avviciniamo alla festa di Don Bosco, e Don Bosco, insieme a molti altri, è una prova concreta di una scommessa vinta e di una straordinaria fiducia ricambiata.
La storia della salvezza è un’intera testimonianza di difetti sopravvalutati dagli uomini e cancellati da Dio. Non ci credete? Guardate questo elenco:

martedì 20 gennaio 2015

Il momento dell'aurora

Un rabbino riunì i suoi allievi e domandò loro: “Come possiamo conoscere il momento preciso in cui finisce la notte e comincia il giorno? ”. “Quando, a una certa distanza, siamo in grado di distinguere una pecora da un cane", disse un ragazzino.
“In verità, si può affermare che è ormai giorno quando, a una certa distanza, siamo in grado di distinguere un olivo da un fico", replicò un altro allievo.
“Non sono soluzioni particolarmente convincenti". “Qual'è la risposta giusta allora?", domandarono tutti. E il rabbino disse: “Quando si avvicina uno straniero e noi lo confondiamo con un nostro fratello, ponendo fine a ogni conflitto. Ecco, questo è il momento in cui finisce la notte e comincia il giorno".


Quanti, tra tutti coloro che incontriamo quotidianamente, possiamo dire di "confonderli" con un nostro fratello? Non è forse molto più elevata la probabilità di "scambiare" un nostro fratello per un nemico? Perché a poco a poco la logica del sospetto vince su quella dell'amore e la paura si impossessa di noi. Non ci fidiamo più,  ci guardiamo bene le spalle, chiunque può essere un potenziale nemico.
Che mondo è mai questo, dove tutto ciò che c'è di più bello e innocente viene infangato per l'infinito egoismo dell'uomo? Che mondo è questo dove anche i bambini vengono usati, trasformati in bombe per seminare terrore, distruzione, morte? Davvero non c'è un limite all'orrore?
Mentre scrivo queste poche parole sto osservando alcuni bambini che nuotano in piscina... l'unica "esplosione" che posso immaginare è quella della gioia, che riescono a trasmettere, e della vita, che amano con una forza straordinaria.
Poi la mia mente vola ad altre bambine, di circa 10 anni ciascuna, che pochi giorni fa, in Nigeria, sono state utilizzate come kamikaze per uccidere numerose persone. Non sappiamo neanche il loro nome. Non se ne parlerà a lungo, perché il loro paese è lontano dal nostro. È un paese senza risorse e di scarso interesse per il nostro occidente civile...
Ma sono bambine. Sono bambine. Non chiamiamole kamikaze, perché è davvero difficile poter immaginare che queste povere creature fossero consapevoli di ciò che stava loro succedendo.
Io voglio imparare a distinguere la notte dal giorno, voglio vivere il momento dell'aurora. Non voglio avere paura di una bambina che mi cammina a fianco. Perché un mondo così non mi piace.
Risvegliamo la bellezza che c'è intorno a noi. Lei salverà il mondo.

Il diamante

(Dal buongiorno al biennio del 27 ottobre 2016) C’era una volta un monaco che viveva poveramente e passava di villaggio in villaggio pa...