il blog del Don Bosco Ranchibile

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giovedì 26 maggio 2016

Il narratore

Eccoci alla fine dell’anno.
E’ passato in fretta e, nel bene e nel male, ha lasciato delle tracce dentro di noi. Attorno a noi.
Sono qui per salutarvi, ancora una volta.
E’ l’occasione giusta per dirvi grazie. Grazie per la pazienza con cui, nella sonnolenza del mattino, avete prestato attenzione ed ascolto. Grazie soprattutto a coloro che con lo sguardo, con l’espressione del volto, qualche volta anche con le parole esplicite, hanno espresso interesse, comunione di idee, condivisione di vita.

Alcuni anni fa, concludendo un percorso di studi universitari, mi sono imbattuto in una tematica proposta dal MIT di Boston. La questione proposta era: in una società ipertecnologica ha ancora senso raccontare delle storie?
Attraverso una serie di letture filosofiche e la raccolta di dati ricavati dall’esperienza ero arrivato alla conclusione che “raccontare storie” (lo storytelling, come si dice nel mondo anglosassone) è connaturale all’uomo.
Possono cambiare modalità e strumenti, ma l’uomo ha sempre avuto ed avrà sempre bisogno di ascoltare dei racconti e raccontare la sua storia. L’uso che facciamo dei social media inerisce a questo bisogno.

Ma capita anche di chiedersi “perché”? A che scopo raccontare delle storie? Che ne ricavano gli altri? Che ne ricaviamo noi?
E... mi viene in mente una storia!

C'era una volta un narratore. Viveva povero, ma senza preoccupazioni, felice di niente, con la testa sempre piena di sogni. Ma il mondo intorno gli pareva grigio, brutale, arido di cuore, malato d'anima. E ne soffriva.
Un mattino, mentre attraversava una piazza assolata, gli venne un'idea. "E se raccontassi loro delle storie? Potrei raccontare il sapore della bontà e dell'amore, li porterei sicuramente alla felicità". Salì su una panchina e cominciò a raccontare ad alta voce. Anziani, donne, bambini, si fermarono un attimo ad ascoltarlo, poi si voltarono e proseguirono per la loro strada.
Il narratore, ben sapendo che non si può cambiare il mondo in un giorno, non si scoraggiò. Il giorno dopo tornò nel medesimo luogo e di nuovo lanciò al vento le più commoventi parole del suo cuore. Nuovamente della gente si fermò, ma meno del giorno prima. Qualcuno rise di lui. Qualche altro lo trattò da pazzo. Ma lui continuò imperterrito a narrare.
Ostinato, tornò ogni giorno sulla piazza per parlare alla gente, offrire i suoi racconti d'amore e di meraviglie. Ma i curiosi si fecero rari, e ben presto si ritrovò a parlare solo alle nubi e alle ombre frettolose dei passanti che lo sfioravano appena. Ma non rinunciò.
Scoprì che non sapeva e non desiderava far altro che raccontare le sue storie, anche se non interessavano a nessuno. Cominciò a narrarle ad occhi chiusi, per il solo piacere di sentirle, senza preoccuparsi di essere ascoltato. La gente lo lasciò solo dietro le palpebre chiuse.
Passarono cosi degli anni. Una sera d'inverno, mentre raccontava una storia prodigiosa nel crepuscolo indifferente, sentì che qualcuno lo tirava per la manica. Apri gli occhi e vide un ragazzo. Il ragazzo gli fece una smorfia beffarda:
"Non vedi che nessuno ti ascolta, non ti ha mai ascoltato e non ti ascolterà mai? Perché diavolo vuoi perdere così il tuo tempo?".
"Amo i miei simili" rispose il narratore. "Per questo mi è venuto voglia di renderli felici". Il ragazzo ghignò: "Povero pazzo, lo sono diventati?"."No" rispose il narratore, scuotendo la testa.
"Perché ti ostini allora?" domandò il ragazzo preso da una improvvisa compassione.
"Continuo a raccontare. E racconterò fino alla morte. Un tempo era per cambiare il mondo". Tacque, poi il suo sguardo si illuminò.
E disse ancora: "Oggi racconto perché il mondo non cambi me".

Continuate a raccontarvi delle storie, ragazzi, altrimenti il mondo vi cambierà.
Che siano vere o inventate poco importa, ma raccontatevi tante storie.
La vostra e quella di altri.
Non perdete mai l’occasione di viaggiare. Leggete. Leggete tanto e sperimentate quella che Umberto Eco chiamava “l’eternità all’indietro”, sperimentate quella straordinaria sensazione di attraversare i secoli e di sentirvi crescere acquisendo conoscenza, sapienza, saggezza.
Se sembra impossibile migliorare il mondo, almeno non permettiamo a questo mondo di peggiorare noi. Il resto sarà una conseguenza.
Buona estate, allora.
Che ad ognuno di voi sia concesso di vivere (e di raccontare) una storia meravigliosa.

giovedì 14 gennaio 2016

Il sacco di patate

Perdonare qualcuno, che ci ha fatto un torto, è fuori moda.
Siamo convinti che in una società come la nostra, dove si va avanti a gomitate, uno dei principi base sia “farsi rispettare”, non farsi calpestare. E chi ci manca di rispetto, in un modo o in un altro, dovrà pagare. Lo insegniamo persino ai nostri figli, ai nostri bambini: “Fatti rispettare, non essere troppo buono perché i buoni spesso vengono scambiati per fessi. Non fatti mettere i piedi sulla testa!”.
Crescendo, questo principio si trasforma in “rancore”.

Un giorno il saggio diede al discepolo un sacco vuoto e un cesto di patate.
"Pensa a tutte le persone che hanno fatto o detto qualcosa contro di te recentemente, specialmente quelle che non riesci a perdonare. Per ciascuna, scrivi il nome su una patata e mettila nel sacco".
Il discepolo pensò ad alcune persone e rapidamente il suo sacco si riempì di patate.
"Porta con te il sacco, dovunque vai, per una settimana" disse il saggio. "Poi ne parleremo".
Inizialmente il discepolo non pensò alla cosa. Portare il sacco non era particolarmente gravoso. Ma dopo un po', divenne sempre più un gravoso fardello. Sembrava che fosse sempre più faticoso portarlo, anche se il suo peso rimaneva invariato.
Dopo qualche giorno, il sacco cominciò a puzzare. Le patate marce emettevano un odore acre. Non era solo faticoso portarlo, era anche sgradevole.
Finalmente la settimana terminò. Il saggio domandò al discepolo: "Nessuna riflessione sulla cosa?".
"Sì Maestro", rispose il discepolo. "Quando siamo incapaci di perdonare gli altri, portiamo sempre con noi emozioni negative, proprio come queste patate. Questa negatività diventa un fardello per noi, e dopo un po', peggiora."
"Sì, questo è esattamente quello che accade quando si coltiva il rancore. Allora, come possiamo alleviare questo fardello?".
"Dobbiamo sforzarci di perdonare".
"Perdonare qualcuno equivale a togliere una patata dal sacco. Quante persone per cui provavi rancore sei capace di perdonare?".
"Ci ho pensato molto, Maestro, disse il discepolo. "Mi è costata molta fatica, ma ho deciso di perdonarli tutti".

Diciamolo sinceramente: perdonare qualcuno, soprattutto quando ciò che ha commesso ha una particolare gravità, non è umano. E’ sovraumano. Trascende le nostre capacità naturali, contraddice il nostro istinto. Questo è ancora più evidente se leggiamo la definizione di “perdono” sul dizionario.

Perdonare: Non tenere in considerazione il male ricevuto da altri, rinunciando a propositi di vendetta, alla punizione, a qualsiasi possibile rivalsa, e annullando in sé ogni risentimento verso l’autore dell’offesa o del danno (Treccani, dizionario online).

Rinunciare alla vendetta, alla rivalsa, potremmo anche riuscirci... ma annullare ogni  risentimento, ci sembra proprio troppo.
Anche per piccoli torti, siamo a volte in grado di portarci dentro emozioni negative generate dal rancore per giorni, mesi, a volte anche anni. Ma quel peso grava tutto sulle nostre spalle e solo noi possiamo decidere di metterlo giù.
Quando avvertiamo la gravità di una situazione simile, forse non dovremmo chiederci solo se la persona che ha commesso un torto merita il nostro perdono oppure il nostro disprezzo. Forse dovremo chiederci se noi meritiamo di vivere con questo carico di sofferenza addosso oppure con la leggerezza della libertà.
Perché il perdono ci rende liberi.

giovedì 3 dicembre 2015

Le calze di Giovanni

Nel XIX secolo, in una cittadina inglese, dopo mesi di lavoro, una schiera di muratori aveva terminato la costruzione di un’altissima ciminiera per una fabbrica. L’ultimo operaio era sceso dalla vertiginosa impalcatura di legno. L’intera popolazione della città era là per festeggiare l’evento e soprattutto per assistere alla caduta spettacolare dell’impalcatura.
Appena il castello di assi e travi crollò tra il frastuono, la polvere, le risate e le grida della gente, con stupore si vide spuntare sulla sommità della ciminiera la testa di un muratore che aveva appena terminato il lavoro nel colletto interno.
La folla degli spettatori ammutolì di colpo e l’orrore cominciò a serpeggiare in mezzo a loro: “Ci vorranno giorni per alzare un’altra impalcatura…E di qui ad allora quel muratore sarà morto di freddo… o di sete… o di fame…”.
In mezzo alla gente c’era anche la mamma del muratore, che sembrava disperata… Ma poi ad un tratto si fece largo e arrivata sotto la ciminiera fece un segno al figlio e gridò: “Giovanni, togliti le calze!”. Un mormorio si diffuse: “Poverina, il dolore le ha fatto perdere la ragione…”.
Ma la donna insistette. Per non preoccuparla di più, Giovanni si tolse la calza. La donna gridò di nuovo: “Rovesciala e cerca il nodo, poi tira”.
L’uomo ubbidì e ben presto si trovò in mano una grossa manciata di lana. “Fai lo stesso con l’altra e lega insieme i fili e poi buttane giù il capo. E tieni l’altro ben saldo fra le dita”.
Giovanni eseguì. Al filo di lana fu legato un filo di cotone che l’uomo tirò fino in cima. Poi al filo di cotone fu attaccata una cordicella e alla cordicella una corda e infine un robusto cavo.
Giovanni lo fissò saldamente alla ciminiera e scese in mezzo agli “urrà” della gente.

La nostra vita e la nostra salvezza dipendono da cose piccole e fragili, che molto probabilmente già possiediamo. Basta pensarci.
Ma c'è un'altra cosa di cui vorrei parlarvi e so che potrei diventare impopolare... ma è un rischio che devo correre.
Si tratta di un piccolo filo, fragile, come quello delle calze di Giovanni, ma di una potenza straordinaria.
Capace di salvare una vita? Sì, direi proprio di sì!
Costellato di una serie di grani, questo filo forma quella che tutti conosciamo come "corona del rosario".
Quasi tutte le religioni hanno un "rosario"... Cambia il numero dei grani, cambiano le formule utilizzate per pregare, ma il concetto è sempre uguale... ripetere una preghiera per trascorrere del tempo in profonda unità con Dio e in meditazione.
Qualche giorno fa mia figlia mi ha chiesto: "Papà,  come funziona il rosario?".
Le ho spiegato la struttura: i "misteri", i riferimenti alla storia sacra, le preghiere iniziali e poi le cinquanta "Ave, Maria" recitate sgranando la corona.
""Cinquanta Ave, Maria? Ma sarà noiosissimo!", ha esclamato la piccola.
"Lo credi davvero?", le ho chiesto, e poi "tu mi vuoi bene?".
"Certo che ti voglio bene!".
"Quante volte pensi di riuscire a ripetermelo senza stancarti o annoiarti?".
"Potrei ripetertelo all'infinito... come faccio ad annoiarmi?".
"E quante volte vorresti sentirti ripetere da me che ti voglio bene?".
"Vorrei che non smettessi mai!"
"È così che funziona tra persone che si amano... ma spesso siamo troppo pigri!"
Il punto è questo: quanto amiamo veramente!
Lo avete provato e lo proverete ancora: quando si è innamorati non c'è noia che tenga, siamo ripetitivi all'inverosimile, non ci stanchiamo e non pensiamo affatto di essere banali.
Così,  sarebbe opportuno chiedersi: quanto amiamo davvero Dio? Quanto la nostra fede non si limita ad essere pura formalità? Un'etichetta?
E Maria? Quanto entra a far parte della nostra vita?
Siamo in grado di apprezzare questo stupendo dono che Gesù ci ha fatto proprio in punto di morte? Una madre... e che madre.
Don Bosco ci ha assicurato che dal momento in cui siamo entrati in una sua casa, (e questa è casa sua!), Maria ci accoglie in una speciale protezione. Una vera grazia!
La festa dell'Immacolata, alla quale cerchiamo di prepararci bene e che celebreremo a breve, sia per noi occasione di riflessione su questa straordinaria relazione madre-figlio che ci coinvolge in modo particolare e che spesso, per pigrizia o per superbia, trascuriamo.
Qualunque cosa accada, una madre dal cuore sano non smetterà mai di amare il proprio figlio e sarà pronta a gettarsi sui carboni ardenti perché lui sia felice.
Se questa mamma poi è la Madre di Dio e la madre che Dio ha voluto per noi...
Impariamo ad amarla. E impariamo a dirglielo tutte le volte che possiamo.
Non sarà noioso, se è amore vero.

sabato 21 novembre 2015

Il dromedario e il cammello

Una volta un dromedario,
incontrando un cammello,
gli disse: - Ti compiango,
carissimo fratello;
saresti un dromedario
magnifico anche tu
se solo non avessi
quella brutta gobba in più.

Il cammello gli rispose:
- Mi hai rubato la parola.
E' una sfortuna per te
avere una gobba sola.
Ti manca poco ad essere
un cammello perfetto:
con te la natura
ha sbagliato per difetto.

La bizzarra querela
durò tutto una mattina.
In un canto ad ascolta
restava un vecchio beduino
e tra sé, intanto, pensava:
"Poveretti tutti e due,
ognun trova belle
soltanto le gobbe sue.
Così spesso ragiona
al mondo tanta gente
che trova sbagliato
ciò che è solo differente!"
                                 (Gianni Rodari)

In questi ultimi giorni si sono verificati dei fatti tristissimi.
Non meno tristi e spesso inappropriate si sono rivelate certe discussioni intavolate dagli avvoltoi dell'informazione,  gli opinionisti di professione e non. Sui social network imperversano commenti di ogni genere che riesumano fantasmi e ideologie del passato. E già si inneggia a nuove crociate, a guerre, distruzione, a nuove barriere e muri da elevare perché è necessario difendersi da chi è "sbagliato", perché diverso da noi.
È questo il massimo del progresso che la nostra civiltà ha saputo realizzare? O dovremmo credere che al progresso tecnologico ed economico non è seguito mai un progresso "umano"?
Concordo con l'opinione di Gramellini che su La Stampa riporta ciò che Antoine Leiris scrive su Facebook ai terroristi che al Bataclan hanno assassinato sua moglie, dicendo che in quelle parole palpita il senso di "ciò che chiamiamo occidente":

«Venerdì sera avete rubato la vita di una persona eccezionale, l’amore della mia vita, la madre di mio figlio, eppure non avrete il mio odio. Non so chi siete e non voglio neanche saperlo. Voi siete anime morte. Se questo Dio per il quale ciecamente uccidete ci ha fatti a sua immagine, ogni pallottola nel corpo di mia moglie sarà stata una ferita nel suo cuore. Perciò non vi farò il regalo di odiarvi. Sarebbe cedere alla stessa ignoranza che ha fatto di voi quello che siete. Voi vorreste che io avessi paura, che guardassi i miei concittadini con diffidenza, che sacrificassi la mia libertà per la sicurezza. Ma la vostra è una battaglia persa. 
L’ho vista stamattina. Finalmente, dopo notti e giorni d’attesa. Era bella come quando è uscita venerdì sera, bella come quando mi innamorai perdutamente di lei più di 12 anni fa. Ovviamente sono devastato dal dolore, vi concedo questa piccola vittoria, ma sarà di corta durata. So che lei accompagnerà i nostri giorni e che ci ritroveremo in quel paradiso di anime libere nel quale voi non entrerete mai. Siamo rimasti in due, mio figlio e io, ma siamo più forti di tutti gli eserciti del mondo. Non ho altro tempo da dedicarvi, devo andare da Melvil che si risveglia dal suo pisolino. Ha appena 17 mesi e farà merenda come ogni giorno e poi giocheremo insieme, come ogni giorno, e per tutta la sua vita questo petit garçon vi farà l’affronto di essere libero e felice. Perché no, voi non avrete mai nemmeno il suo odio».

giovedì 12 novembre 2015

La storia del taglialegna

C'era una volta un possente taglialegna in cerca di lavoro. Dopo aver girato diverse città, il taglialegna trovò finalmente impiego presso un importante commerciante di legno. L'ottima paga e le eccellenti condizioni di lavoro convinsero il taglialegna a dare il meglio di sé.
Il primo giorno il capo diede al nuovo arrivato un'ascia e gli indicò l'area del bosco dove avrebbe dovuto lavorare. Al termine della giornata, il possente taglialegna frantumò il record degli altri dipendenti, raggiungendo i 18 alberi abbattuti. Il capo si congratulò sinceramente con lui e questo motivò ancor più il taglialegna.
Il secondo giorno il taglialegna lavorò con tutte le sue energie, ma al tramonto gli alberi abbattuti furono 15. Per nulla demoralizzato, il terzo giorno il taglialegna si impegnò con ancora più vigore, ma anche questa volta il numero di alberi calò: 10 unità. Per quanta energia mettesse nel suo lavoro, giorno dopo giorno, il numero di alberi abbattuti continuò a calare inesorabilmente.
Mortificato, il taglialegna sì presentò dal capo scusandosi per lo scarso rendimento. Al che l'esperto commerciante di legno pose al suo dipendente una semplice domanda: "Quando è stata l'ultima volta che hai affilato la tua ascia?". Un po' imbarazzato il taglialegna rispose: "Signore, non ho avuto tempo per affilare la mia ascia, ero troppo impegnato a tagliare gli alberi".

“Non ho avuto tempo!”... eppure il tempo c’è, e lì per noi, ma spesso non sappiamo nemmeno valutare la qualità del suo impiego.
365 giorni l’anno (e sei ore!) trascorrono tra innumerevoli cose da fare.
Fare, fare e sempre fare, in una società e una cultura che ci ha insegnato a correre e dove l’efficienza di ciascuno viene calcolata sulla quantità di cose che fa durante il tempo che ha disposizione.
Non c’è tempo per le persone care (troppi impegni), non c’è tempo per gli amici, non c’è tempo neppure per noi.
Figuriamoci se c’è tempo per Dio.

Ma quando tiriamo le somme e ci accorgiamo che non tutto gira per il verso giusto, che non tutto ci riesce come vorremmo, che i risultati della nostra esistenza sono scadenti... forse dovremmo porre a noi stessi la domanda del commerciante di legna: “quando è stata l’ultima volta che hai affilato la tua ascia?”.

Quando è stata l’ultima volta che ho dedicato del tempo agli strumenti che mi aiutano a vivere?
Quando è stata l’ultima volta che ho trascorso qualche minuto a riflettere sulla mia esistenza, sulla mia relazione con gli altri, sulla mia relazione con Dio?

Qui è in gioco la differenza tra vivere e lasciarsi vivere.

giovedì 5 novembre 2015

L'aquila e il falco

Racconta una leggenda sioux che, una volta, Toro Bravo e Nube Azzurra giunsero tenendosi per mano alla tenda del vecchio stregone della tribù e gli chiesero: «Noi ci amiamo e ci vogliamo sposare. Ma ci amiamo tanto che vogliamo un consiglio che ci garantisca di restare per sempre uniti, che ci assicuri di restare l'uno accanto all'altra fino alla morte. Che cosa possiamo fare?».E il vecchio, emozionato vedendoli così giovani e così innamorati, così ansiosi di una parola bella, disse: «Fate ciò che dev'essere fatto. Tu, Nube Azzurra, devi scalare il monte al nord del villaggio. Solo con una rete, devi prendere il falco più forte e portarlo qui vivo, il terzo giorno dopo la luna nuova. E tu, Toro Bravo, devi scalare la montagna del tuono; in cima troverai la più forte di tutte le aquile. Solo con una rete, devi prenderla e portarla a me, viva!».I giovani si abbracciarono teneramente e poi partirono per compiere la missione.Il giorno stabilito, davanti alla stregone, i due attendevano con i loro uccelli. Il vecchio li tolse dal sacco e costatò che erano veramente belli, straordinari esemplari degli animali richiesti.
«E adesso, che dobbiamo fare?», chiesero i giovani.«Prendete gli uccelli e legateli fra loro per una zampa con questi lacci di cuoio. Quando saranno legati, lasciateli andare perché volino liberi». Fecero quanto era stato ordinato e liberarono gli uccelli.L'aquila e il falco tentarono di volare, ma riuscirono solo a fare piccoli balzi sul terreno. Dopo un po', irritati per l'impossibilità di volare, gli uccelli cominciarono ad aggredirsi l'un altro beccandosi fino a ferirsi.Allora, il vecchio disse: «Non dimenticate mai quello che state vedendo. Il mio consiglio è questo: voi siete come l'aquila e il falco. Se vi terrete legati l'uno all'altro, fosse pure per amore, non solo vivrete facendovi del male, ma, prima o poi, comincerete a ferirvi a vicenda. Se volete che l'amore fra voi duri a lungo, volate assieme, ma non legati con l'impossibilità di essere voi stessi».

Tutto ciò che nella nostra vita può essere considerato buono, grande… non è mai disgiunto dalla libertà.
“La libertà è quel bene che ci fa godere di ogni bene”, ci dice Montesquieu.
“La verità vi farà liberi”, ci insegna Gesù nel vangelo.
L’amore, il vero amore, si riconosce dalla libertà, ci insegna la storia appena letta.Se realmente amiamo qualcuno, lo lasceremo libero di volare con le sue proprie ali, non lo legheremo a noi con una catena che limiti la sua (e la nostra!) libertà.
I genitori che amano i loro figli hanno a cuore la loro libertà,  non la limitano,  ma fanno di tutto perché imparino ad usarla correttamente, a custodirla, a proteggerla.
Un amico che davvero ama l’amico lo lascia libero,  non è possessivo, non vuole un rapporto esclusivo, chiuso, fatto di spazi angusti.
Siamo nati liberi e anche se, come dice Erich Fromm, questa libertà ci fa paura perché significa “capacità di prendere decisioni”, (e quindi “responsabilità”), rimane sempre uno dei doni più grandi della vita.
Anzi, libertà è sinonimo di vita.
Come possiamo pensare di amare qualcuno e togliergli la vita?

Il diamante

(Dal buongiorno al biennio del 27 ottobre 2016) C’era una volta un monaco che viveva poveramente e passava di villaggio in villaggio pa...