il blog del Don Bosco Ranchibile

venerdì 27 marzo 2015

Un amico


È una storia di amicizia, semplice, come tante, quella che voglio raccontarvi.
L'ho appresa dai giornali in questi giorni. L'amicizia tra due bambini di 7 anni potrebbe sembrare un fenomeno scontato. È infatti semplicemente normale.
Perché allora l'amicizia tra Gideon e Gregorio finisce nelle pagine di cronaca? No, non è la solita storia di discriminazione,  anzi è proprio uno straordinario esempio di integrazione e inclusione quello che viene fuori in questa storia, che ha come protagonisti un bambino di origine ghanese e un compagnetto veneto, del trevigiano.
Gideon ha sette anni, frequenta la scuola primaria del Collegio Immacolata a Conegliano, comune di 34 mila abitanti, in provincia di Treviso. Suo papà, Patrick Aduhene è ghanese. Uno dei tanti arrivati in Italia con una laurea in mano che in Italia non conta nulla. Da quattro anni non lavora.
Ma ora le cose sono cambiate e proprio grazie a Gregorio, l'amico del figlio.
I due ragazzini si sono semplicemente confidati. Gideon, una mattina racconta all'amico e compagno di banco della sua situazione familiare: il papà non riesce a trovare lavoro, la mamma porta qualcosa a casa ma sono in cinque, (Gideon ha due fratellini), e le risorse sono troppo esigue.
Quel racconto tormenta Gregorio, non riesce a toglierselo dalla testa. Lui appartiene ad una famiglia di imprenditori e non riesce ad accettare che la tranquillità che respira in famiglia non possa essere vissuta anche nella famiglia di Gideon.
Così ne parla a casa, prima a mamma Francesca, poi al nonno Oliviero Spolaor, fondatore e titolare di un'azienda alimentare.
A sette anni, per fortuna, ancora nessun pregiudizio sullo straniero, sul diverso, ha contaminato la sua mente. Probabilmente perché alle sue spalle c'è una famiglia sana.
Infatti,  a questo punto, sono gli adulti a fare la loro parte: nonno Oliviero si commuove al racconto del nipotino, manda a chiamare Patrick Aduhene e gli offre un posto di lavoro nell'azienda di famiglia.
Per il racconto integrale di questa storia vi rimando all'articolo originale.

Questa è una bella Italia, l'Italia che ci piace. È la semplicità che, ancora una volta, ci indica la strada da seguire. E la semplicità alberga nella coscienza pulita dei bambini.
I bambini sanno vedere e sentire il bene.
Finché non arriviamo noi a contaminare le loro storie, le loro vite.
Credo che per questo il richiamo di Gesù era e continua ad essere martellante: "Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite perché a chi è come loro appartiene il regno di Dio. 17In verità vi dico: Chi non accoglie il regno di Dio come un bambino, non vi entrerà".

venerdì 6 marzo 2015

Il buon esempio

Fonte: Buonenotizie / blog, di @Corriereit

L'Italia che dà il buon esempio anche quando lo Stato non c'è

C’è una catena solidale che attraversa l’Italia e indica percorsi alternativi alla resa per bancarotta dei Comuni in bolletta: è fatta da gente che indossa la maglia del volontariato e sostiene lo Stato e gli enti locali nei servizi che arretrano sotto il peso della spending review e dei bilanci bloccati dal patto di Stabilità.
Sono cittadini operosi che tamponano la ritirata del welfare municipale e creano un antidoto a scandali, ruberie e corruttele varie che infestano i luoghi della politica, come quelli che a Boffalora d’Adda, nel Lodigiano, rispondono all’appello del sindaco per svolgere lavori di manutenzione pubblica e si dicono felici di fare qualcosa per il bene comune, come i genitori di Montereale Valcellina, provincia di Udine, che sopperiscono alla mancanza di autisti e accompagnatori dei figli sullo scuolabus o come i comitati del verde che a Roma si incaricano di ripulire dai mozziconi e dal degrado le aiuole dei Parioli e del Pinciano.
Piccoli gesti di civismo che messi assieme diventano enormi e sono una boccata d’ossigeno nell’aria avvelenata dalla crisi; rappresentano, dice Jacques Attali, l’ideologo dell’economia positiva, la risposta al disfattismo che ci perseguita: «Io vedo nell’altruismo la sola strada possibile per non precipitare nel baratro».
Ed è l’altruismo che si moltiplica nei piccoli centri, nei paesi dove si contano le perdite, gli uffici postali che chiudono, i presidi di assistenza che latitano, le buche stradali che aumentano. Succede così che a Serpentara, zona Montesacro, a Roma, i cittadini decidono di ripulire da soli il parco delle Magnolie con zappe e rastrelli, per far dimenticare i succhiasoldi di Mafia capitale e gli scandalosi appalti truccati: lì ci sono i giovani, le donne e c’è Sergio Chicarella, un pensionato che falcia l’erba con forbici e trattore, coinvolgendo le scuole del quartiere e immaginando un orto didattico «meglio di quelli dell’Expo». A Pietrasanta, intanto, nasce la «Food forest», un bosco creato dai volontari per la comunità, con piante da frutto che l’assessore all’ambiente, Italo Viti, protegge come un santino. A Rosora, provincia di Ancona, si muovono gli imprenditori, come hanno fatto a Omegna quelli del gruppo Alessi, che hanno trasformato la cassa integrazione in servizi socialmente utili per il Comune: la ditta Loccioni ha occupato il vuoto della politica nella manutenzione del fiume Esino, adottandone due chilometri e mettendo fine alla diatriba sulle responsabilità tra Regione, Provincia e cinque Comuni. Risultato: oggi il fiume è tornato accessibile, con piste ciclabili e punti di ristoro.
Non si tratta di essere ciecamente ottimisti, «ma di ritrovare uno spirito di comunità», indica in un sondaggio Nando Pagnoncelli, direttore di Ipsos: il civismo responsabile è un punto fermo per ogni ricostruzione. E di civismo ce n’è tanto, di laico e cattolico, quasi a contraddire il luogo comune che in Italia nulla funziona. A Napoli una ex mensa universitaria diventa ambulatorio gratuito grazie a tre medici volontari: la visita si paga con l’impegno sociale, promettendo un’azione a favore di altre persone svantaggiate. A Milano un pensionato crea dal niente una biblioteca di condominio: si chiama Rolando Montagna, in via Rembrandt ha raccolto 5 mila libri. Faceva il riparatore tv e in pensione si è dato un obiettivo: far conoscere la gente che vive nello stesso luogo, ignorandosi.
A Stazzema i cittadini puliscono la chiesa e i monumenti: in cambio il Comune si impegna con agevolazioni nelle pratiche burocratiche. Di baratto si parla da qualche giorno a Penne, in Abruzzo, dove una mozione in consiglio comunale propone la riduzione dei tributi a chi si impegna per la pulizia di strade e aree verdi. Ma è la gratuità il valore più forte. A Sinagra i volontari ripuliscono l’alveo del torrente dai detriti. A Genova, un gruppo di soci ha trasformato lo storico cantiere navale di Sturla in una casa dei giochi per i bambini malati dell’ospedale Gaslini: intorno sono nate strutture di sostegno per le famiglie dei piccoli ricoverati. A Porretta Terme, Nicolò Savigni, il vicesindaco, ha reso pubblico il suo cellulare. Chiamatemi, ha detto, e aiutatemi a salvare giardini, fontane e monumenti dall’incuria. Slogan: un cittadino che collabora per il bene della sua città è un protagonista della lotta a sprechi e indifferenza.Non sono soltanto pensionati quelli che trasferiscono nella sfera della bontà esperienze e voglia di fare. Luigi Ghisleri aveva 18 anni quando è diventato volontario Vidas, a Milano: lui porta un po’ di umanità a chi non ha più speranza. «Quando i giorni rimasti sembrano improvvisamente pochi, conforta sapere che c’è qualcuno si occupa di noi», dice. Anche la cultura è in affanno, nelle città e nei piccoli centri. A Milano il Touring club garantisce con i suoi volontari l’apertura di case museo che altrimenti non sarebbero visitabili. È uno spirito civico quasi spontaneo, che non si crea per decreto e rappresenta la spina dorsale di un’altra Italia, quella che si scontra con un Paese in affanno, burocratizzato, politicamente screditato, vessatorio nei confronti di chi paga le tasse, in affanno dalla scuola alla sanità. Uno spirito che spinge le persone responsabili a reagire, a dare una mano ai sindaci che rinunciano allo stipendio per non gravare sulle casse comunali, uno spirito che si intreccia con quello di lavoratori capaci di non arrendersi, come Enzo Muscio, della A Novo di Saronno: due anni fa era in cassa integrazione nell’azienda che si occupa di assistenza e riparazione di prodotti elettronici in garanzia. Ha ipotecato la casa, ha trovato un socio e ha riassunto una parte dei suoi compagni licenziati: «Non bisogna mai arrendersi, dobbiamo puntare sulla capacità e sulla voglia di fare», spiega.
L’Italia è un cantiere sociale e c’è da augurarsi la tenuta di questa grande catena solidale. Livio Rossi, il sindaco di Boffalora d’Adda, costretto dalle ristrettezze del bilancio a cercare volontari, non parla di nuova narrazione. Si rimbocca le maniche e mostra come tutto può essere circolare: chi oggi aiuta, un giorno sarà aiutato. Qualcuno però si chiede: e lo Stato, dov’è?

Quando ho letto questo articolo non riuscivo a credere che si parlasse di località italiane. Perché di solito i notiziari ci raccontano tutt'altre storie. Non si parla mai di generosità e, soprattutto, non si usa mai la parola gratuità.
A lamentarci siamo ormai diventati tutti bravi e la parola responsabilità viene catapultata da un soggetto all'altro, purché rimanga lontana da noi.
Così puntiamo il dito contro il politico di turno, contro il governo di turno, contro l'amministrazione regionale-provinciale-comunale di turno; poi è la volta dei delinquenti,  della malavita organizzata, delle ideologie fondamentaliste e quando non sappiamo più dove andare a parare ci viene in soccorso l'ennesima difficoltà economica di portata planetaria e finalmente possiamo dire: è tutta colpa della crisi!
Non voglio minimizzare affatto. Tutte queste concause del malessere del mondo sono reali, lo so. Ma mi chiedo, e da quanto letto ho appreso che per fortuna non sono solo, se l'unica reazione possibile è la rassegnazione, il piangersi addosso, il ripararsi all'interno di un piccolo recinto di sicurezza.
Rimboccarsi le maniche, come hanno fatto i protagonisti degli esempi citati, potrebbe essere più produttivo e potrebbe consentirci di vivere in un mondo migliore.
Ma tutto, ancora una volta,  affonda le sue radici nella profondità del cuore dell'uomo. Occorre un'inversione di rotta, un cambiamento radicale del nostro modo di sentire e vivere l'ambiente in cui stiamo. Il nostro ambiente, ma che troppo spesso non sentiamo tale.
Il volontariato,  ce lo siamo detti durante il ritiro spirituale,  non è legato alle cose che facciamo. Le nostre azioni sono manifestazione di ciò che siamo!
Quale rapporto abbiamo con gli ambienti in cui viviamo buona parte delle nostre giornate?
Non voglio dare io la risposta, ma vorrei invitarvi a guardare il nostro cortile dopo la ricreazione, le nostre aule dopo la scuola, le pareti, i banchi...
No. Stavolta non possiamo dire che è sempre colpa di altri. E nemmeno della crisi.

La nostra storia d'amore

Non trascuriamo la nostra storia d'amore!
Nel Concistoro del 14 febbraio del 2015, Papa Francesco ha creato 20 nuovi cardinali, i "principi" della  chiesa. Quasi tutti li ha scelti da, le periferie del mondo e, soprattutto,  della società.
Tra di essi due italiani: mons. Edoardo Menichelli,  arcivescovo di Ancona-Osimo e mons. Francesco Montenegro,  arcivescovo di Agrigento.
Un video che  circola sul web ripropone il momento della celebrazione in  cui,  dopo aver posto la berretta cardinalizia sul capo di mons. Montenegro il Papa gli sussurra:  "Non dimentichi di occuparsi dei poveri che ha servito tanto bene". Lui gli risponde: "Oggi c'è un gruppo di loro tra gli invitati, insieme ai miei familiari: è un regalo per me e per lei".
Vorrei riproporre alla  vostra attenzione il testo dell'omelia di mons. Montenegro pronunciata mercoledì scorso durante la celebrazione delle  ceneri  che ha dato inizio a questo periodo straordinario di grazia  che è la quaresima.
Per molti di voi, già impegnati nel volontariato, possono essere fonte di speranza, di motivazione e di incoraggiamento.
Per chi si sente sfiduciato dalle circostanze della  vita e da se stesso un invito forte ed intenso a fidarsi di Dio, sorgente di bellezza, di verità,  di gioia.

"Le letture che abbiamo appena ascoltato ci hanno presentato i motivi fondamentali del nostro ritrovarci insieme; Il Signore, per mezzo del profeta Gioele ci ha chiesto di chiamare a raccolta tutti, giovani, vecchi, bambini, sposi…un’assemblea solenne e completa per accogliere l’invito a lasciarsi riconciliare con Dio, come ci ha ricordato S.Paolo nella seconda lettura; e, infine, Gesù nel Vangelo ci ha spiegato che questo cammino di risposta a Dio che ci viene incontro, da parte nostra deve essere fatto in modo serio e completo: preghiera, digiuno ed elemosina più che singole azioni esprimono un unico movimento del cuore che sa amare Dio, il prossimo e sa vivere costantemente orientato verso le cose che non passano. Questa celebrazione di apertura del tempo quaresimale ci introduce al sempre nuovo e sempre interessante e attraente cammino, che porta verso la Pasqua, giorno in cui è svelato pienamente l’immenso amore del Signore per ciascuno di noi. È cammino che da una parte chiede di prendere coscienza della nostra condizione di peccatori attraverso i segni propri della Quaresima: inizieremo con la cenere che tra poco sarà imposta sul capo, a ricordo della nostra provenienza e della nostra destinazione finale e concluderemo, il giovedì Santo con la lavanda dei piedi segno forte che indica la via del servizio e dell’amore incondizionato; dall’altra, questo cammino è da fare col cuore pieno di fiduciosa speranza, perchè siamo attratti e spinti dalla luce che esploderà nel giorno di Pasqua. Luce che già da ora ci accompagna: Gesù è Risorto. La direzione da prendere in questo cammino ci è indicata dalle parole di Gioele: «Ritornate a me con tutto il cuore, con digiuni, pianti e lamenti, laceratevi il cuore, ritornate al Signore». È vero, sono parole dure, perché ci vengono chiesti, non tanto e non solo, gesti esteriori ma la lacerazione del cuore, cioè saper aprire con forza il centro vitale del nostro essere affinchè entri la vita di Dio. È la condizione indispensabile perché la luce pasquale riempia la nostra esistenza. L’evento pasquale esige sempre un cambiamento di rotta. Vivere la Quaresima è un cammino da fare, è un girarsi finalmente dalla parte di Dio (questo è il significato del termine conversione) ma, in effetti, la sorpresa è, e tale non dovrebbe essere, che tale percorso ci fa rendere conto che è Dio a venirci incontro. È Lui che, ancora una volta, ripete il suo desiderio di tenere aperte le porte del cielo per donarci lo stesso abbraccio del Padre dato al figlio prodigo che, scappato da casa, sentì subito la mancanza della sicurezza e del calore paterno. È Lui, il Signore, il principale protagonista di quest’avventura, è Lui a chiederci, con parole sempre nuove, anche se ripetute annualmente, di entrare con decisione e definitivamente nella storia d’amore che ci propone. A noi che Gli abbiamo voltato e Gli voltiamo le spalle, il Signore Gesù risponde pazientamene e decisamente con le porte del cuore sempre aperte, come per sempre aperte, in un grande abbraccio, sono le sue braccia inchiodate sul legno della croce, quasi a confermare la sua instancabile disponibilità nei nostri riguardi. Per chi non crede tutto ciò potrebbe avere il sapore di una bella favola, dove c’è un buono e un cattivo. Invece non solo è la realtà, ma è la realtà di ciascuno di noi; questa è la nostra storia che, se noi lo vogliamo, ha una felice e straordinaria conclusione: la Pasqua, il passaggio di Dio che porta salvezza e libertà. In questi giorni, la liturgia ci ripeterà che la gioia di Dio è di poterci offrire il suo perdono; è scritto nella Bibbia, che Egli “getta in fondo al mare i nostri peccati”, e in più che è pronto, sempre se noi lo vogliamo, a cambiarci il cuore: “vi toglierò il vostro cuore di pietra e vi darò un cuore di carne”. Se questo è l’esito dei quaranta giorni che abbiamo da vivere, ritengo che - non mi stancherò mai di dirlo – quello della Quaresima è anche un tempo gioioso e luminoso. Il “laceratevi il cuore” è la sollecitazione perché cambi il nostro modo di pensare nel relazionarci a Dio, scoprendolo cioè Padre, perchè - riconosciamolo - non sempre Lo pensiamo tale (per molti è Dio e basta, ma questo non è il Dio rivelato da Gesù. Egli ci ha insegnato il Suo nome: Abbà) e perché entriamo in relazione nuova con gli altri pensandoli e accogliendoli tutti come fratelli. Permettete che ponga l’accento su quest’aspetto. Lo ritengo necessario, per non vanificare il cammino stesso della Quaresima. Il modo con cui si vive nel territorio e nella nostra città il tempo quaresimale, la Settimana Santa e il giorno di Pasqua, mi crea grande perplessità. La mia impressione è che ad Agrigento il centro della Quaresima sia il Venerdì santo, mentre la domenica di Pasqua è un giorno festivo come tanti altri. Eppure la Pasqua è il centro della nostra fede. Senza la Pasqua tutto diventa vano. In altre parti della Diocesi poi l’attenzione è attirata dall’intrecciarsi e rincorrersi, non sempre in maniera ordinata, di statue di Angeli e di Santi tali da offuscare la centralità del Risorto. È necessaria una seria riflessione perché le tanto preziose e radicate devozioni ritrovino il senso vero e pieno della liturgia. Senza il riferimento alla Pasqua anche i segni quaresimali perdono il loro significato: rispettare, per esempio, la penitenza, come pure il digiuno e l’astinenza, non è solo privarsi di qualcosa, o fare un sacrificio, ma è aprirsi al dono per chi è in difficoltà. Così l’elemosina non è un semplice dare qualcosa a un povero, ma imparare a condividere la vita. La conversione non è solo sforzarsi di arrivare a Dio, ma farGli spazio e permetterGli di entrare nella nostra vita. Fermarsi al Venerdì Santo, senza la giusta attenzione alla Pasqua, è fare un cammino privandolo della gioia di raggiungere la meta. Il cammino penitenziale non è buio e il suo traguardo non è il Calvario. È cammino luminoso e anche gioioso perché tende alla Pasqua e ha come obiettivo finale quello di consentire a tutti di conoscere la luce di una vita nuova. Se è importante il Calvario, non lo è meno la tomba vuota. La Risurrezione è il sigillo che Dio mostra dinanzi al nostro peccato offrendo misericordia, benevolenza, pietà e compassione. La Pasqua è la vittoria sul nostro peccato e sulla morte, è il trionfo definitivo dell’amore su qualsiasi forma di meschinità e di paura. Per questo la Pasqua chiede di mettersi celermente per strada, come avvenne per i discepoli e per la Maddalena, mentre il Calvario rischia di bloccarci ai suoi piedi, facendoci perdere la parte più interessante e conclusiva della storia d’amore che il Signore è venuto a tessere per e con noi. Faccio mio l’invito di Paolo: «Lasciatevi riconciliare con Dio»; in altre parole, lasciatevi vincere dall’amore di Dio, dichiarate la vostra sconfitta di fronte alla grandezza della sua misericordia; mettiamoci in cammino alla ricerca del vero volto di Dio, per risentire la bellezza e la forza del suo amore. Seguiamo con interesse Gesù che parla e agisce, ricordando le Sue parole: «Chi ha visto me ha visto il Padre». Lui ci fa scoprire un Dio attento e sensibile alle necessità degli uomini. Un Dio che, offrendo il suo amore gratuito, si mette al servizio dei suoi figli per renderli come lui. Un Dio che non ama gli uomini perché lo meritano, ma perché hanno bisogno del Suo amore. Dio è il pastore che va alla ricerca della pecorella smarrita. Dio è la donna che accende la lucerna, spazza la casa e cerca la dramma perduta finché non la ritrova. Dio è il padre che veglia e aspetta i suoi figli, che corre loro incontro, li abbraccia, li scongiura di entrare in casa e di sedersi a tavola per far festa. Approfittiamo perciò di questo tempo per convertirci a Dio cioè riconoscere il suo amore, accogliere la sua proposta di comunione e di simpatia, ritornare a Lui, aprire una relazione nuova con Lui, togliere dalla nostra intelligenza, dalla nostra volontà e dal nostro cuore tutto ciò che Gli impedisce di entrare e rimanere nella nostra vita, arrendersi a Lui, vivere sotto il suo sguardo, abbassare i monti dell’autosufficienza, della prepotenza e colmare i burroni di una vita insignificante ed egoista, stimare il suo giudizio più di quello degli uomini, cercare la Sua approvazione più che il compiacimento del mondo; in una sola parola essere e vivere davvero da cristiani. In questo cammino affascinante sentiamo vicina la presenza di Maria, la donna forte del Calvario e del Cenacolo; affidiamoci a Lei che ha saputo unire penitenza e gioia; ha magnificato il Signore, è stata ai piedi della Croce e ha atteso, con serena fiducia, l’alba della risurrezione".

Il diamante

(Dal buongiorno al biennio del 27 ottobre 2016) C’era una volta un monaco che viveva poveramente e passava di villaggio in villaggio pa...