il blog del Don Bosco Ranchibile

Visualizzazione post con etichetta #amicizia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta #amicizia. Mostra tutti i post

giovedì 26 maggio 2016

Il narratore

Eccoci alla fine dell’anno.
E’ passato in fretta e, nel bene e nel male, ha lasciato delle tracce dentro di noi. Attorno a noi.
Sono qui per salutarvi, ancora una volta.
E’ l’occasione giusta per dirvi grazie. Grazie per la pazienza con cui, nella sonnolenza del mattino, avete prestato attenzione ed ascolto. Grazie soprattutto a coloro che con lo sguardo, con l’espressione del volto, qualche volta anche con le parole esplicite, hanno espresso interesse, comunione di idee, condivisione di vita.

Alcuni anni fa, concludendo un percorso di studi universitari, mi sono imbattuto in una tematica proposta dal MIT di Boston. La questione proposta era: in una società ipertecnologica ha ancora senso raccontare delle storie?
Attraverso una serie di letture filosofiche e la raccolta di dati ricavati dall’esperienza ero arrivato alla conclusione che “raccontare storie” (lo storytelling, come si dice nel mondo anglosassone) è connaturale all’uomo.
Possono cambiare modalità e strumenti, ma l’uomo ha sempre avuto ed avrà sempre bisogno di ascoltare dei racconti e raccontare la sua storia. L’uso che facciamo dei social media inerisce a questo bisogno.

Ma capita anche di chiedersi “perché”? A che scopo raccontare delle storie? Che ne ricavano gli altri? Che ne ricaviamo noi?
E... mi viene in mente una storia!

C'era una volta un narratore. Viveva povero, ma senza preoccupazioni, felice di niente, con la testa sempre piena di sogni. Ma il mondo intorno gli pareva grigio, brutale, arido di cuore, malato d'anima. E ne soffriva.
Un mattino, mentre attraversava una piazza assolata, gli venne un'idea. "E se raccontassi loro delle storie? Potrei raccontare il sapore della bontà e dell'amore, li porterei sicuramente alla felicità". Salì su una panchina e cominciò a raccontare ad alta voce. Anziani, donne, bambini, si fermarono un attimo ad ascoltarlo, poi si voltarono e proseguirono per la loro strada.
Il narratore, ben sapendo che non si può cambiare il mondo in un giorno, non si scoraggiò. Il giorno dopo tornò nel medesimo luogo e di nuovo lanciò al vento le più commoventi parole del suo cuore. Nuovamente della gente si fermò, ma meno del giorno prima. Qualcuno rise di lui. Qualche altro lo trattò da pazzo. Ma lui continuò imperterrito a narrare.
Ostinato, tornò ogni giorno sulla piazza per parlare alla gente, offrire i suoi racconti d'amore e di meraviglie. Ma i curiosi si fecero rari, e ben presto si ritrovò a parlare solo alle nubi e alle ombre frettolose dei passanti che lo sfioravano appena. Ma non rinunciò.
Scoprì che non sapeva e non desiderava far altro che raccontare le sue storie, anche se non interessavano a nessuno. Cominciò a narrarle ad occhi chiusi, per il solo piacere di sentirle, senza preoccuparsi di essere ascoltato. La gente lo lasciò solo dietro le palpebre chiuse.
Passarono cosi degli anni. Una sera d'inverno, mentre raccontava una storia prodigiosa nel crepuscolo indifferente, sentì che qualcuno lo tirava per la manica. Apri gli occhi e vide un ragazzo. Il ragazzo gli fece una smorfia beffarda:
"Non vedi che nessuno ti ascolta, non ti ha mai ascoltato e non ti ascolterà mai? Perché diavolo vuoi perdere così il tuo tempo?".
"Amo i miei simili" rispose il narratore. "Per questo mi è venuto voglia di renderli felici". Il ragazzo ghignò: "Povero pazzo, lo sono diventati?"."No" rispose il narratore, scuotendo la testa.
"Perché ti ostini allora?" domandò il ragazzo preso da una improvvisa compassione.
"Continuo a raccontare. E racconterò fino alla morte. Un tempo era per cambiare il mondo". Tacque, poi il suo sguardo si illuminò.
E disse ancora: "Oggi racconto perché il mondo non cambi me".

Continuate a raccontarvi delle storie, ragazzi, altrimenti il mondo vi cambierà.
Che siano vere o inventate poco importa, ma raccontatevi tante storie.
La vostra e quella di altri.
Non perdete mai l’occasione di viaggiare. Leggete. Leggete tanto e sperimentate quella che Umberto Eco chiamava “l’eternità all’indietro”, sperimentate quella straordinaria sensazione di attraversare i secoli e di sentirvi crescere acquisendo conoscenza, sapienza, saggezza.
Se sembra impossibile migliorare il mondo, almeno non permettiamo a questo mondo di peggiorare noi. Il resto sarà una conseguenza.
Buona estate, allora.
Che ad ognuno di voi sia concesso di vivere (e di raccontare) una storia meravigliosa.

giovedì 14 gennaio 2016

Il sacco di patate

Perdonare qualcuno, che ci ha fatto un torto, è fuori moda.
Siamo convinti che in una società come la nostra, dove si va avanti a gomitate, uno dei principi base sia “farsi rispettare”, non farsi calpestare. E chi ci manca di rispetto, in un modo o in un altro, dovrà pagare. Lo insegniamo persino ai nostri figli, ai nostri bambini: “Fatti rispettare, non essere troppo buono perché i buoni spesso vengono scambiati per fessi. Non fatti mettere i piedi sulla testa!”.
Crescendo, questo principio si trasforma in “rancore”.

Un giorno il saggio diede al discepolo un sacco vuoto e un cesto di patate.
"Pensa a tutte le persone che hanno fatto o detto qualcosa contro di te recentemente, specialmente quelle che non riesci a perdonare. Per ciascuna, scrivi il nome su una patata e mettila nel sacco".
Il discepolo pensò ad alcune persone e rapidamente il suo sacco si riempì di patate.
"Porta con te il sacco, dovunque vai, per una settimana" disse il saggio. "Poi ne parleremo".
Inizialmente il discepolo non pensò alla cosa. Portare il sacco non era particolarmente gravoso. Ma dopo un po', divenne sempre più un gravoso fardello. Sembrava che fosse sempre più faticoso portarlo, anche se il suo peso rimaneva invariato.
Dopo qualche giorno, il sacco cominciò a puzzare. Le patate marce emettevano un odore acre. Non era solo faticoso portarlo, era anche sgradevole.
Finalmente la settimana terminò. Il saggio domandò al discepolo: "Nessuna riflessione sulla cosa?".
"Sì Maestro", rispose il discepolo. "Quando siamo incapaci di perdonare gli altri, portiamo sempre con noi emozioni negative, proprio come queste patate. Questa negatività diventa un fardello per noi, e dopo un po', peggiora."
"Sì, questo è esattamente quello che accade quando si coltiva il rancore. Allora, come possiamo alleviare questo fardello?".
"Dobbiamo sforzarci di perdonare".
"Perdonare qualcuno equivale a togliere una patata dal sacco. Quante persone per cui provavi rancore sei capace di perdonare?".
"Ci ho pensato molto, Maestro, disse il discepolo. "Mi è costata molta fatica, ma ho deciso di perdonarli tutti".

Diciamolo sinceramente: perdonare qualcuno, soprattutto quando ciò che ha commesso ha una particolare gravità, non è umano. E’ sovraumano. Trascende le nostre capacità naturali, contraddice il nostro istinto. Questo è ancora più evidente se leggiamo la definizione di “perdono” sul dizionario.

Perdonare: Non tenere in considerazione il male ricevuto da altri, rinunciando a propositi di vendetta, alla punizione, a qualsiasi possibile rivalsa, e annullando in sé ogni risentimento verso l’autore dell’offesa o del danno (Treccani, dizionario online).

Rinunciare alla vendetta, alla rivalsa, potremmo anche riuscirci... ma annullare ogni  risentimento, ci sembra proprio troppo.
Anche per piccoli torti, siamo a volte in grado di portarci dentro emozioni negative generate dal rancore per giorni, mesi, a volte anche anni. Ma quel peso grava tutto sulle nostre spalle e solo noi possiamo decidere di metterlo giù.
Quando avvertiamo la gravità di una situazione simile, forse non dovremmo chiederci solo se la persona che ha commesso un torto merita il nostro perdono oppure il nostro disprezzo. Forse dovremo chiederci se noi meritiamo di vivere con questo carico di sofferenza addosso oppure con la leggerezza della libertà.
Perché il perdono ci rende liberi.

giovedì 17 dicembre 2015

I re magi dimenticati

I ragazzi dell'Oratorio di Santa Maria avevano preparato una recita sul mistero del Natale. Avevano scritto le battute degli angeli, dei pastori, di Maria e di Giuseppe. C'era persino una particina per il bue e l'asino. Ma quando suor Renata vide le prove dello spettacolo sbottò: "Avete dimenticato i Re Magi!".
Enzo il regista si mise le mani nei capelli, mancava un solo giorno alla rappresentazione. Dove trovare i tre Re Magi così sui due piedi?
Fu Don Pasquale a trovare la soluzione."Cerchiamo tre persone della parrocchia! - disse - Spieghiamo loro che devono fare i Re Magi moderni, vengono con i loro abiti di tutti i giorni e portano un dono a Gesù Bambino. Un dono a loro scelta. Tutto quello che devono fare è spiegare con franchezza il motivo che li ha spinti a scegliere proprio quel particolare dono".
La squadra dei ragazzi si mise in moto e nel giro di due ore erano stati trovati i Re Magi sostituti.
La sera di Natale, il teatrino parrocchiale era affollato.
I ragazzi ce la misero tutta e lo spettacolo filò via liscio e applaudito. Senza che nessuno lo potesse prevedere il momento più commovente divenne l'entrata dei Re Magi.
Il primo era un uomo di cinquant'anni, padre di cinque figli: portava una stampella. La posò accanto alla culla e disse: "Tre anni fa ho avuto un brutto incidente d'auto. Uno scontro frontale. Fui ricoverato all'ospedale con parecchie fratture. Nessuno azzardava un pronostico. I medici erano pessimisti sul mio recupero. Da quel momento cominciai ad essere felice per ogni più piccolo progresso: poter muovere la testa o un dito, alzarmi seduto da solo e così via. Quei mesi in ospedale mi cambiarono. Sono diventato umile scopritore di quanto possiedo. Sono riconoscente per le cose piccole e quotidiane. Porto a Gesù Bambino questa stampella in segno di riconoscenza".
Il secondo Re era in verità una regina, madre di due figli. Portava un catechismo. Lo posò accanto alla culla e disse: "Finché i miei bambini erano piccoli e avevano bisogno di me, mi sentivo realizzata. Poi sono cresciuti e ho cominciato a sentirmi inutile. Ma ho capito che era inutile commiserarmi. Ho chiesto al parroco di fare catechismo ai bambini. Così ritrovai un senso alla mia vita. Mi sento come un apostolo, un profeta: aprire ai nostri bambini le frontiere dello spirito è un'attività che mi appassiona. Sento di nuovo di essere importante".
Il terzo Re era un giovane. Portava un foglio bianco. Lo pose accanto alla culla del Bambino e disse: "Mi chiedevo se era il caso di accettare questa parte. Non sapevo proprio cosa dire, né cosa portare. Le mie mani sono vuote. Il mio cuore è colmo di desiderio di felicità e di significato per la vita. Dentro di me si ammucchiano domande, inquietudini, attese, errori, dubbi. Non ho niente da presentare. Il mio futuro mi sembra così vago. Ti offro questo foglio bianco, Bambin Gesù. Io so che sei venuto per portare speranze nuove. Vedi, io sono interiormente vuoto, ma il mio cuore è aperto e pronto ad accogliere le parole che vuoi scrivere sul foglio bianco della mia vita. Ora che ci sei Tu tutto cambierà...".

Poco da aggiungere.
Il Natale continua ad essere la festa di compleanno dove il festeggiato non riceve regali ma da cui i regali vengono pretesi. E non penso solo a quelli che troveremo sotto l'albero. Penso alle tante richieste che spesso affollano le nostre preghiere e che potremmo riassumere in un'unica formula: "Dio, fa'che io sia felice. Perché ho diritto di essere felice".
Il mondo gira attorno a noi. E spesso anche Dio.
Ricordo che lo scorso anno, durante una attività di religione,  avevo chiesto ai ragazzi di terza di immaginare un ipotetico incontro con Gesù. Ho letto riflessioni interessanti,  belle, alcune anche divertenti come quella di un alunno che scriveva: "Non ho mai pensato ad un incontro con Gesù, ma mi piacerebbe che avvenisse quando ho la versione di latino!". Mica stupido.
Incuriosito dal pensiero dei più piccoli ho fatto la stessa domanda alla piccola di casa mia, 7 anni.
"Come immagini un incontro con  Gesù? ".
"Papà, fammi pensare..." e, poco dopo, "mi piacerebbe andare a cena con lui!".
"A cena?". "Sì, a cena".
"E che cosa mangereste?". "Quello che vuole lui!".
"E perché non quello che piace a te?".
"Perché gli voglio bene, e voglio che sia felice!".

Più vado avanti negli anni e più mi sembra di capire, anche se a poco a poco e con difficoltà, perché nel Vangelo Gesù ci dice che il Regno di Dio è per i bambini e per quelli che sono in grado di farsi come loro.
Pensiamo di avere diritto di essere felici ma abbiamo escluso Dio dagli "aventi diritto".
E fino a quando Gesù bambino sarà solo un romantico ornamento dei nostri presepi, fino a quando Gesù lo percepiamo come un qualcosa in più, anche solo un supporto psicologico per confortarci dai drammi della "vita reale", stiamo solo perpetrando una recita che va avanti da due millenni.

Se incontriamo davvero Gesù la vita cambia. E se ci credessimo anche un poco non dovremmo avere pace fino a quando questo incontro, reale incontro, non avvenga.
Allora, probabilmente, ogni piccola cosa della nostra vita riacquisterebbe il giusto peso, il giusto valore; tutta la nostra esistenza ci sembrerebbe piena di significato e non ci sentiremmo inutili. Su quel "foglio bianco" comincebbero a tracciarsi dei segni importanti...

Gesù non ha bisogno di noi per essere felice, è vero.
Ma il desiderio di vedere qualcuno felice è la misura del nostro amore per lui.
È la percezione della sua presenza nella nostra quotidianità.

Quindi, dal profondo del cuore vi auguro di vivere questo incontro.
L'incontro della vita!
Buon Natale.

giovedì 3 dicembre 2015

Le calze di Giovanni

Nel XIX secolo, in una cittadina inglese, dopo mesi di lavoro, una schiera di muratori aveva terminato la costruzione di un’altissima ciminiera per una fabbrica. L’ultimo operaio era sceso dalla vertiginosa impalcatura di legno. L’intera popolazione della città era là per festeggiare l’evento e soprattutto per assistere alla caduta spettacolare dell’impalcatura.
Appena il castello di assi e travi crollò tra il frastuono, la polvere, le risate e le grida della gente, con stupore si vide spuntare sulla sommità della ciminiera la testa di un muratore che aveva appena terminato il lavoro nel colletto interno.
La folla degli spettatori ammutolì di colpo e l’orrore cominciò a serpeggiare in mezzo a loro: “Ci vorranno giorni per alzare un’altra impalcatura…E di qui ad allora quel muratore sarà morto di freddo… o di sete… o di fame…”.
In mezzo alla gente c’era anche la mamma del muratore, che sembrava disperata… Ma poi ad un tratto si fece largo e arrivata sotto la ciminiera fece un segno al figlio e gridò: “Giovanni, togliti le calze!”. Un mormorio si diffuse: “Poverina, il dolore le ha fatto perdere la ragione…”.
Ma la donna insistette. Per non preoccuparla di più, Giovanni si tolse la calza. La donna gridò di nuovo: “Rovesciala e cerca il nodo, poi tira”.
L’uomo ubbidì e ben presto si trovò in mano una grossa manciata di lana. “Fai lo stesso con l’altra e lega insieme i fili e poi buttane giù il capo. E tieni l’altro ben saldo fra le dita”.
Giovanni eseguì. Al filo di lana fu legato un filo di cotone che l’uomo tirò fino in cima. Poi al filo di cotone fu attaccata una cordicella e alla cordicella una corda e infine un robusto cavo.
Giovanni lo fissò saldamente alla ciminiera e scese in mezzo agli “urrà” della gente.

La nostra vita e la nostra salvezza dipendono da cose piccole e fragili, che molto probabilmente già possiediamo. Basta pensarci.
Ma c'è un'altra cosa di cui vorrei parlarvi e so che potrei diventare impopolare... ma è un rischio che devo correre.
Si tratta di un piccolo filo, fragile, come quello delle calze di Giovanni, ma di una potenza straordinaria.
Capace di salvare una vita? Sì, direi proprio di sì!
Costellato di una serie di grani, questo filo forma quella che tutti conosciamo come "corona del rosario".
Quasi tutte le religioni hanno un "rosario"... Cambia il numero dei grani, cambiano le formule utilizzate per pregare, ma il concetto è sempre uguale... ripetere una preghiera per trascorrere del tempo in profonda unità con Dio e in meditazione.
Qualche giorno fa mia figlia mi ha chiesto: "Papà,  come funziona il rosario?".
Le ho spiegato la struttura: i "misteri", i riferimenti alla storia sacra, le preghiere iniziali e poi le cinquanta "Ave, Maria" recitate sgranando la corona.
""Cinquanta Ave, Maria? Ma sarà noiosissimo!", ha esclamato la piccola.
"Lo credi davvero?", le ho chiesto, e poi "tu mi vuoi bene?".
"Certo che ti voglio bene!".
"Quante volte pensi di riuscire a ripetermelo senza stancarti o annoiarti?".
"Potrei ripetertelo all'infinito... come faccio ad annoiarmi?".
"E quante volte vorresti sentirti ripetere da me che ti voglio bene?".
"Vorrei che non smettessi mai!"
"È così che funziona tra persone che si amano... ma spesso siamo troppo pigri!"
Il punto è questo: quanto amiamo veramente!
Lo avete provato e lo proverete ancora: quando si è innamorati non c'è noia che tenga, siamo ripetitivi all'inverosimile, non ci stanchiamo e non pensiamo affatto di essere banali.
Così,  sarebbe opportuno chiedersi: quanto amiamo davvero Dio? Quanto la nostra fede non si limita ad essere pura formalità? Un'etichetta?
E Maria? Quanto entra a far parte della nostra vita?
Siamo in grado di apprezzare questo stupendo dono che Gesù ci ha fatto proprio in punto di morte? Una madre... e che madre.
Don Bosco ci ha assicurato che dal momento in cui siamo entrati in una sua casa, (e questa è casa sua!), Maria ci accoglie in una speciale protezione. Una vera grazia!
La festa dell'Immacolata, alla quale cerchiamo di prepararci bene e che celebreremo a breve, sia per noi occasione di riflessione su questa straordinaria relazione madre-figlio che ci coinvolge in modo particolare e che spesso, per pigrizia o per superbia, trascuriamo.
Qualunque cosa accada, una madre dal cuore sano non smetterà mai di amare il proprio figlio e sarà pronta a gettarsi sui carboni ardenti perché lui sia felice.
Se questa mamma poi è la Madre di Dio e la madre che Dio ha voluto per noi...
Impariamo ad amarla. E impariamo a dirglielo tutte le volte che possiamo.
Non sarà noioso, se è amore vero.

sabato 21 novembre 2015

Il dromedario e il cammello

Una volta un dromedario,
incontrando un cammello,
gli disse: - Ti compiango,
carissimo fratello;
saresti un dromedario
magnifico anche tu
se solo non avessi
quella brutta gobba in più.

Il cammello gli rispose:
- Mi hai rubato la parola.
E' una sfortuna per te
avere una gobba sola.
Ti manca poco ad essere
un cammello perfetto:
con te la natura
ha sbagliato per difetto.

La bizzarra querela
durò tutto una mattina.
In un canto ad ascolta
restava un vecchio beduino
e tra sé, intanto, pensava:
"Poveretti tutti e due,
ognun trova belle
soltanto le gobbe sue.
Così spesso ragiona
al mondo tanta gente
che trova sbagliato
ciò che è solo differente!"
                                 (Gianni Rodari)

In questi ultimi giorni si sono verificati dei fatti tristissimi.
Non meno tristi e spesso inappropriate si sono rivelate certe discussioni intavolate dagli avvoltoi dell'informazione,  gli opinionisti di professione e non. Sui social network imperversano commenti di ogni genere che riesumano fantasmi e ideologie del passato. E già si inneggia a nuove crociate, a guerre, distruzione, a nuove barriere e muri da elevare perché è necessario difendersi da chi è "sbagliato", perché diverso da noi.
È questo il massimo del progresso che la nostra civiltà ha saputo realizzare? O dovremmo credere che al progresso tecnologico ed economico non è seguito mai un progresso "umano"?
Concordo con l'opinione di Gramellini che su La Stampa riporta ciò che Antoine Leiris scrive su Facebook ai terroristi che al Bataclan hanno assassinato sua moglie, dicendo che in quelle parole palpita il senso di "ciò che chiamiamo occidente":

«Venerdì sera avete rubato la vita di una persona eccezionale, l’amore della mia vita, la madre di mio figlio, eppure non avrete il mio odio. Non so chi siete e non voglio neanche saperlo. Voi siete anime morte. Se questo Dio per il quale ciecamente uccidete ci ha fatti a sua immagine, ogni pallottola nel corpo di mia moglie sarà stata una ferita nel suo cuore. Perciò non vi farò il regalo di odiarvi. Sarebbe cedere alla stessa ignoranza che ha fatto di voi quello che siete. Voi vorreste che io avessi paura, che guardassi i miei concittadini con diffidenza, che sacrificassi la mia libertà per la sicurezza. Ma la vostra è una battaglia persa. 
L’ho vista stamattina. Finalmente, dopo notti e giorni d’attesa. Era bella come quando è uscita venerdì sera, bella come quando mi innamorai perdutamente di lei più di 12 anni fa. Ovviamente sono devastato dal dolore, vi concedo questa piccola vittoria, ma sarà di corta durata. So che lei accompagnerà i nostri giorni e che ci ritroveremo in quel paradiso di anime libere nel quale voi non entrerete mai. Siamo rimasti in due, mio figlio e io, ma siamo più forti di tutti gli eserciti del mondo. Non ho altro tempo da dedicarvi, devo andare da Melvil che si risveglia dal suo pisolino. Ha appena 17 mesi e farà merenda come ogni giorno e poi giocheremo insieme, come ogni giorno, e per tutta la sua vita questo petit garçon vi farà l’affronto di essere libero e felice. Perché no, voi non avrete mai nemmeno il suo odio».

giovedì 5 novembre 2015

L'aquila e il falco

Racconta una leggenda sioux che, una volta, Toro Bravo e Nube Azzurra giunsero tenendosi per mano alla tenda del vecchio stregone della tribù e gli chiesero: «Noi ci amiamo e ci vogliamo sposare. Ma ci amiamo tanto che vogliamo un consiglio che ci garantisca di restare per sempre uniti, che ci assicuri di restare l'uno accanto all'altra fino alla morte. Che cosa possiamo fare?».E il vecchio, emozionato vedendoli così giovani e così innamorati, così ansiosi di una parola bella, disse: «Fate ciò che dev'essere fatto. Tu, Nube Azzurra, devi scalare il monte al nord del villaggio. Solo con una rete, devi prendere il falco più forte e portarlo qui vivo, il terzo giorno dopo la luna nuova. E tu, Toro Bravo, devi scalare la montagna del tuono; in cima troverai la più forte di tutte le aquile. Solo con una rete, devi prenderla e portarla a me, viva!».I giovani si abbracciarono teneramente e poi partirono per compiere la missione.Il giorno stabilito, davanti alla stregone, i due attendevano con i loro uccelli. Il vecchio li tolse dal sacco e costatò che erano veramente belli, straordinari esemplari degli animali richiesti.
«E adesso, che dobbiamo fare?», chiesero i giovani.«Prendete gli uccelli e legateli fra loro per una zampa con questi lacci di cuoio. Quando saranno legati, lasciateli andare perché volino liberi». Fecero quanto era stato ordinato e liberarono gli uccelli.L'aquila e il falco tentarono di volare, ma riuscirono solo a fare piccoli balzi sul terreno. Dopo un po', irritati per l'impossibilità di volare, gli uccelli cominciarono ad aggredirsi l'un altro beccandosi fino a ferirsi.Allora, il vecchio disse: «Non dimenticate mai quello che state vedendo. Il mio consiglio è questo: voi siete come l'aquila e il falco. Se vi terrete legati l'uno all'altro, fosse pure per amore, non solo vivrete facendovi del male, ma, prima o poi, comincerete a ferirvi a vicenda. Se volete che l'amore fra voi duri a lungo, volate assieme, ma non legati con l'impossibilità di essere voi stessi».

Tutto ciò che nella nostra vita può essere considerato buono, grande… non è mai disgiunto dalla libertà.
“La libertà è quel bene che ci fa godere di ogni bene”, ci dice Montesquieu.
“La verità vi farà liberi”, ci insegna Gesù nel vangelo.
L’amore, il vero amore, si riconosce dalla libertà, ci insegna la storia appena letta.Se realmente amiamo qualcuno, lo lasceremo libero di volare con le sue proprie ali, non lo legheremo a noi con una catena che limiti la sua (e la nostra!) libertà.
I genitori che amano i loro figli hanno a cuore la loro libertà,  non la limitano,  ma fanno di tutto perché imparino ad usarla correttamente, a custodirla, a proteggerla.
Un amico che davvero ama l’amico lo lascia libero,  non è possessivo, non vuole un rapporto esclusivo, chiuso, fatto di spazi angusti.
Siamo nati liberi e anche se, come dice Erich Fromm, questa libertà ci fa paura perché significa “capacità di prendere decisioni”, (e quindi “responsabilità”), rimane sempre uno dei doni più grandi della vita.
Anzi, libertà è sinonimo di vita.
Come possiamo pensare di amare qualcuno e togliergli la vita?

giovedì 29 ottobre 2015

La legge del camion della spazzatura

David era di fretta, il suo treno sarebbe partito tra meno di mezz'ora e le previsioni del traffico non presagivano nulla di buono. Senza pensarci troppo saltò sul primo taxi libero, in direzione della stazione. Il taxi giallo sfrecciava sulla corsia preferenziale, quando all'improvviso una macchina scura sbucò da un parcheggio poco più avanti: il tassista premette con tutta la sua forza il pedale del freno e le ruote iniziarono a fischiare. Dopo alcuni secondi, che erano sembrati interminabili, il taxi finalmente si fermò, a pochi centimetri dalla macchina scura.
David aveva il cuore in gola, ma le sorprese non era ancora finite. Il guidatore disattento, non solo non si scusò, ma iniziò ad inveire contro il tassista, per poi andarsene con un bel dito medio che sporgeva dal finestrino. David non poteva crederci: quel tizio stava per causare un'incidente potenzialmente mortale ed invece di scusarsi si era comportato da perfetto cafone.
Ma a sorprenderlo davvero fu la reazione del tassista...
Il tassista non solo non si scompose più di tanto: sorrise e salutò amichevolmente il guidatore disattento. David era incredulo: "Come hai potuto lasciarlo andare così? Stava per ucciderci!". Fu allora che David venne a conoscenza della "Legge del Camion della Spazzatura". Continuando a sorridere il tassista guardò David nello specchietto e disse:
"Un sacco di persone sono come camion della spazzatura. Vanno in giro pieni di ‘rifiuti': frustrazioni, rabbia, malcontento. Più questi ‘rifiuti' si accumulano e più loro sentono l'urgenza di cercare un posto dove scaricarli. E se glielo permetti, te li scaricheranno addosso. Quindi amico, quando qualcuno cercherà di scaricare la sua rabbia e la sua frustrazione su di te, non prenderla sul personale. Sorridi, augura loro ogni bene e vai avanti. Credimi: sarai più felice."

Niente male la filosofia di vita del tassista. Immerso tutti i giorni nel traffico cittadino doveva necessariamente elaborare delle personali tecniche di sopravvivenza.
In caso contrario le occasioni per litigare con qualcuno si sarebbero sprecate e gli effetti collaterali sulla salute sarebbero stati presto micidiali.
Ma lui decide di "vivere sereno". E ce la fa!
Chissà se siamo in grado di fare altrettanto. Chissà quanto spesso invece permettiamo agli altri di rovinarci la giornata. Per alcuni diventa persino una condizione patologica: il pensiero degli altri, il giudizio degli altri, l'opinione degli altri, la loro critica, la loro negatività... arriva a condizionare l'intera esistenza! Drammatico!
Cari ragazzi, non lasciatevi sommergere dalla spazzatura che altri vorrebbero buttarci addosso. La vita è bella, è meravigliosa, nonostante tutto e tutti, e spetta a noi viverla alla grande.
Dipende soprattutto da noi.
Ma c'è un'altro aspetto della questione: se fossimo noi a ritrovarci alla guida "del camion della spazzatura"? Su chi potremmo "scaricarla"?
Beh, c'è stato, in passato,  qualcuno che ha pensato di potersi far carico del male di tutta l'umanità, di tutta la sua "spazzatura".
E da quello che si racconta, da duemila anni a questa parte, sembra che coloro che hanno affidato a lui tutto il loro carico di negatività poi abbiano vissuto una vita straordinaria.
Forte no?
Dove possiamo incontrarlo?
Non ad un incrocio.  Ma su una croce.
Ma è un'altra storia e... ne riparleremo!

sabato 24 ottobre 2015

La strada per Dio

Molti eremiti abitavano nei dintorni della sorgente. Ognuno di loro si era costruito la propria capanna e passava le giornate in profondo silenzio, meditando e pregando. Ognuno, raccolto in se stesso, invocava la presenza di Dio.Dio avrebbe voluto andare a trovarli, ma non riusciva a trovare la strada. Tutto quello che vedeva erano puntini lontani tra loro nella vastità del deserto.
Poi, un giorno, per una improvvisa necessità, uno degli eremiti si recò da un altro. Sul terreno rimase una piccola traccia di quel cammino. Poco tempo dopo, l'altro eremita ricambiò la visita e quella traccia si fece più profonda. Anche gli altri eremiti incominciarono a scambiarsi visite.La cosa accadde sempre più frequentemente.
Finché, un giorno, Dio, sempre invocato dai buoni eremiti, si affacciò dall'alto e vide che vi era una ragnatela di sentieri che univano tra di loro le capanne degli eremiti. Tutto felice, Dio disse: "Adesso si! Adesso ho la strada per andarli a trovare".

L’anno scolastico è iniziato già da più di un mese. E ce ne siamo accorti, direbbe qualcuno di voi, cominciamo ad avvertirne il peso e la stanchezza... 
La scuola è un’esperienza impegnativa. Non solo per la fatica dello studio ma anche per l’inevitabile condizione di relazione che ci si trova a vivere, che lo vogliamo o no. Ci ritroviamo a trascorrere una buona fetta della nostra giornata gomito a gomito con compagni di viaggio che non sempre ci siamo scelti...
Siamo tentati spesso alla chiusura, alla cura del nostro personale orticello, ad evitare gli altri a meno che non siano “divertenti” tanto da distrarci dalle fatiche quotidiane.Scegliamo, selezioniamo e qualche volta arriviamo persino alla conclusione che è “meglio soli, che male accompagnati”.
Ma la solitudine non è umana... non potremmo sopravvivere a lungo senza gli altri. Prima o poi incontrare l’altro diventa necessario.
Ma c’è di più: la solitudine non è neanche divina!
Dall’antichità ci tramandano insegnamenti su Dio come relazione. Un Dio che non sa vivere da solo e non vuole vivere da solo. Perché è amore e l’amore è movimento verso gli altri.
Quando decidiamo di tagliare i ponti con i fratelli e di innalzare barriere, non solo ci affanniamo inutilmente alla ricerca di Dio (dov’è?), ma impediamo anche a Lui di avvicinarsi a noi, di venirci a trovare. Di un cuore che non sa amare non sa che farsene.
Comincia oggi il nostro cammino formativo.È anche questo un cammino da fare insieme agli altri. Da soli non andremmo da nessuna parte.
Buon viaggio allora. Buon viaggio della vita.

venerdì 27 marzo 2015

Un amico


È una storia di amicizia, semplice, come tante, quella che voglio raccontarvi.
L'ho appresa dai giornali in questi giorni. L'amicizia tra due bambini di 7 anni potrebbe sembrare un fenomeno scontato. È infatti semplicemente normale.
Perché allora l'amicizia tra Gideon e Gregorio finisce nelle pagine di cronaca? No, non è la solita storia di discriminazione,  anzi è proprio uno straordinario esempio di integrazione e inclusione quello che viene fuori in questa storia, che ha come protagonisti un bambino di origine ghanese e un compagnetto veneto, del trevigiano.
Gideon ha sette anni, frequenta la scuola primaria del Collegio Immacolata a Conegliano, comune di 34 mila abitanti, in provincia di Treviso. Suo papà, Patrick Aduhene è ghanese. Uno dei tanti arrivati in Italia con una laurea in mano che in Italia non conta nulla. Da quattro anni non lavora.
Ma ora le cose sono cambiate e proprio grazie a Gregorio, l'amico del figlio.
I due ragazzini si sono semplicemente confidati. Gideon, una mattina racconta all'amico e compagno di banco della sua situazione familiare: il papà non riesce a trovare lavoro, la mamma porta qualcosa a casa ma sono in cinque, (Gideon ha due fratellini), e le risorse sono troppo esigue.
Quel racconto tormenta Gregorio, non riesce a toglierselo dalla testa. Lui appartiene ad una famiglia di imprenditori e non riesce ad accettare che la tranquillità che respira in famiglia non possa essere vissuta anche nella famiglia di Gideon.
Così ne parla a casa, prima a mamma Francesca, poi al nonno Oliviero Spolaor, fondatore e titolare di un'azienda alimentare.
A sette anni, per fortuna, ancora nessun pregiudizio sullo straniero, sul diverso, ha contaminato la sua mente. Probabilmente perché alle sue spalle c'è una famiglia sana.
Infatti,  a questo punto, sono gli adulti a fare la loro parte: nonno Oliviero si commuove al racconto del nipotino, manda a chiamare Patrick Aduhene e gli offre un posto di lavoro nell'azienda di famiglia.
Per il racconto integrale di questa storia vi rimando all'articolo originale.

Questa è una bella Italia, l'Italia che ci piace. È la semplicità che, ancora una volta, ci indica la strada da seguire. E la semplicità alberga nella coscienza pulita dei bambini.
I bambini sanno vedere e sentire il bene.
Finché non arriviamo noi a contaminare le loro storie, le loro vite.
Credo che per questo il richiamo di Gesù era e continua ad essere martellante: "Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite perché a chi è come loro appartiene il regno di Dio. 17In verità vi dico: Chi non accoglie il regno di Dio come un bambino, non vi entrerà".

Il diamante

(Dal buongiorno al biennio del 27 ottobre 2016) C’era una volta un monaco che viveva poveramente e passava di villaggio in villaggio pa...